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Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2013 alle ore 12:52.

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Il maltempo non ha fermato i presidi dei lavoratori del gruppo Unipol, che hanno manifestato oggi in tutte le sedi italiane per dire no ai 2.240 tagli del personale previsti nel piano preparato dai manager in vista della maxi fusione con Fonsai. Al primo pacchetto di tre ore di stop indetto questa mattina ha aderito il 90% dei dipendenti – secondo le prime stime dei sindacati – che si sono astenuti dal lavoro in tutti gli uffici principali tra Bologna, Milano, Torino, Roma e Firenze e in centinaia hanno manifestato davanti e dentro le sedi del gruppo cooperativo. Compatte e unite sulla linea dura nei confronti dei vertici aziendali bolognesi tutte le organizzazioni sindacali di categoria – Fisac Cgil, Fiba Cisl, Uilca, Fna, Sfnia - dopo la mancata intesa sul piano di riassetto, che prevede circa 2.200 persone in uscita dal ramo assicurativo, su 11mila dipendenti sparsi in Italia, come diretta conseguenza della fusione tra Unipol e Fonsai. Parte degli esuberi dovrebbe essere prepensionata; gli altri ricollocati presso i futuri proprietari dei rami d'azienda che Unipol dismetterà come da disposizioni dell'Antitrust, ma non c'è alcuna certezza. E anche se l'ad di Unipol Carlo Cimbri a parole ha sempre sposato la linea della concertazione, per i sindacati sembrano non esserci i presupposti per la trattativa e il dialogo.

«I 2.240 esuberi possono essere ovunque, chiunque può essere colpito», avvertono i sindacati secondo i quali lo sciopero è «condizione indispensabile per la riuscita della lotta: occorre impegnarci tutti in prima persona». Gianni Luccarini, della Fisac Cgil emiliana conferma la distanza tra le parti: «Per adesso non sono programmati incontri ma contiamo che l'azienda ci convochi subito dopo le elezioni per esporci i dettagli della riorganizzazione. Oggi nessun dirigente si è fatto trovare durante i presidi, ma lo davamo per scontato».

In attesa di una convocazione già per martedì o mercoledì prossimo, i sindacati ricordano che i presidi di oggi sono solo l'inizio di un crescendo di iniziative che coinvolgeranno l'intero settore assicurativo a difesa dei diritti e delle tutele e per ripristinare quelle corrette relazioni industriali che hanno permesso di gestire tutte le riorganizzazioni senza sacrificare posti di lavoro e professionalità».
A Bologna sono stati quasi 500 i dipendenti che hanno sfilato in corteo sotto la pioggia, con bandiere e fischietti fuori e dentro l'azienda, con una bara di cartone in cui erano simbolicamente seppelliti i «valori e l'etica» di Unipol, al grido di «senza regole non si tratta». «La fusione fonde i diritti», recitava un manifesto affisso sotto il loggiato della sede storica del gruppo cooperativo, da dove è partito il corteo che ha invaso via Stalingrado fino al nuovo quartier generale di Porta Europa, per poi concludersi nell'atrio dell'ingresso principale con la messa in scena di una messa funebre. «La vecchia Unipol è morta», spiegano i manifestanti.
Le richieste sindacali sono chiare: no ai licenziamenti sia collettivi che individuali, salvaguardia delle sedi di tutte le aziende sul territorio, garantendo un equilibrio quali/quantitativo delle attività, consenso dei lavoratori al trasferimento di sede e in caso di applicazione del fondo di solidarietà, precise garanzie i lavoratori coinvolti in cessioni di assets.

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