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Questo articolo è stato pubblicato il 01 marzo 2013 alle ore 12:29.

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Era soltanto questione di tempo. Che Gennaro "Ringhio" Gattuso, rossonero fino al midollo, forse di più, avesse in animo l'intenzione di predicare calcio nelle vesti di allenatore era noto un po' a tutti. Prima o poi sarebbe successo. Perché in fondo Gattuso un po' tecnico lo è sempre stato. In campo, era una furia. Con gli avversari, certo, che proprio non potevano sopportare di averlo alle costole, lui mastino da competizione, un tornado in calzoncini corti. Ma anche con i compagni di squadra, che non potevano mai permettersi di abbassare la guardia e perdere la concentrazione nei momenti importanti. Se qualcuno la faceva grossa, interveniva lui, che faceva partiva un'occhiataccia che gelava il sangue anche ai big, Ibrahimovic compreso. Finché Allegri non gli ha chiesto sempre più spesso di assistere alle partite dalla panchina. E allora, altro che sfuriate. Se Allegri gridava, lui di più. Pronta la carica, tutti in riga. Prima, durante e dopo le gare. Vietato sbagliare, lo spogliatoio è sacro, altro che storie. Poi, l'avventura di fine carriera a Sion, vicino a casa. Prima da calciatore a tutti gli effetti, poi da calciatore-allenatore. Il debutto, mercoledì scorso sul campo del Losanna. Davanti a duemila spettatori.

Il presidente del Sion, uno Zamparini in versione Canton Vallese per via del vizietto di cambiare tecnici con una frequenza a dir poco sorprendente, non sapeva più cosa fare. Dopo aver dato il benservito al quarto allenatore della stagione, Victor Munoz, una vecchia conoscenza del calcio di casa nostra, aveva bisogno di poter contare su una persona che gli garantisse solidità e autorevolezza. Da qui, la scelta di affidare la squadra a Gattuso, che ha risposto presente e si è messo a disposizione del club che la scorsa estate aveva fatto il filo anche ad Alessandro Del Piero, che come è noto ha preferito volare in Australia per continuare a fare il fenomeno.

Da San Siro al Tourbillon di Sion, tutta un'altra storia. Per tradizioni, traguardi, rimandi storici e numeri. Eppure, la prima è sempre una prima. "Una tensione così, in tutta la mia carriera, l'avevo provata soltanto prima della finale del Mondiale. Ho i crampi allo stomaco, ho dormito appena due ore nelle ultime due notti", raccontava l'ex centrocampista del Milan a Repubblica alla vigilia della gara numero 1 della sua nuova carriera di allenatore. In ballo, l'accesso alla semifinale di Coppa di Svizzera, che non sarà la Champions League ma per gli appassionati di calcio elvetici rappresenta comunque un appuntamento di tutto rispetto.

Per Gattuso, una prova doppia. Da giocatore e da tecnico. Per declinare al meglio quella che era stata annunciata come un'autogestione a tutti gli effetti. Un'autogestione "guidata" dai consigli e dalle indicazioni di Ringhio, che sul terreno di gioco ha fatto il diavolo a quattro per tenere in ordine i reparti e controllare che tutto girasse a dovere. Mentre dalla panchina il fidatissimo secondo, Gigi Riccio, ex capitano del Piacenza, ribadiva le disposizioni e rilanciava l'entusiasmo. Per l'occasione, nulla è stato lasciato al caso. Il Losanna è stato studiato da Gattuso e dal suo staff con cura e attenzione. Anche per mezzo di dvd. Perché va bene che la Svizzera non è l'Inghilterra, ma quando si tratta di fare le cose sul serio, la direzione è sempre la stessa. Il risultato finale ha dato ragione alla bandiera rossonera: 2 a 0 per il Sion. E' soltanto l'inizio, ma da qualche parte bisognava pur cominciare. "Se deciderò di fare seriamente questo lavoro, a giugno dovrò smettere di giocare", l'ultimo messaggio in stile tweet di Gattuso. Che allenatore lo è già da una vita.

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