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Questo articolo è stato pubblicato il 06 marzo 2013 alle ore 07:33.

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È magari interessante la discussione se Beppe Grillo sia un comico o un fool in senso shakespeariano. Ma anche fosse il secondo, mai nell'Inghilterra elisabettiana si sarebbero sognati di mettere il buffone di corte sul trono reale. In Italia abbiamo pensato di farlo. Come se l'ottavo Paese tra i grandi del mondo e la seconda economia d'Europa fossero il palco di una rappresentazione teatrale o, peggio, la casa di un reality-show da cui, a un certo punto, si può decidere di uscire, riprendendo la vita reale.

L'Italia e la sua drammatica crisi sociale ed economica non sono, purtroppo, un gioco. E non c'è una vita vera alla quale torneremo, dopo questa fuga generale dalle responsabilità. Rischiamo di risvegliarci in un Paese di macerie. Con un'economia distrutta e una credibilità internazionale vicina allo zero.
L'Italia è ancora una potenza da 1.700 miliardi di ricchezza annua prodotta. È legata a filo doppio ai suoi alleati europei e atlantici. Dalla sua tenuta dipende l'esistenza stessa dell'euro, la seconda moneta per importanza del mondo. Il suo sistema di sicurezza garantisce in teatri difficili, come quello libico, il continuo afflusso di gas e petrolio da cui dipende il sistema produttivo. Ogni mese il suo Tesoro deve andare sui mercati per farsi prestare mediamente 30-35 miliardi. Con agenzie di rating pronte da un momento all'altro a declassarci ulteriormente e uno spread che rischia di schizzare nuovamente a livelli insostenibili.

Perdere tempo con mascherate e profezie di nuove forme di democrazia web è un lusso che non possiamo permetterci. Va bene la protesta, soprattutto se porterà finalmente a quelle riforme del sistema politico che i partiti hanno colpevolmente ignorato. Ma l'urgenza della crisi impone ora un salto dal tempo della protesta a quello della responsabilità e del realismo.
Si tratta, innanzitutto, di prendere atto di alcune verità elementari. È facile sostenere nelle piazze che il debito pubblico va ristrutturato, riducendo gli interessi e diluendo nel tempo la restituzione del capitale. Ma sarebbe disastroso farlo davvero, dal momento che tutto questo equivarrebbe per il mercato e le agenzie di rating al default.
U na macchia indelebile per l'affidabilità creditizia dello Stato e, a cascata, delle sue imprese e delle sue famiglie, che perderebbero di fatto l'accesso ai mercati.
Prospettare poi l'uscita dall'euro, attraverso un referendum, liscia il pelo a un'ostilità diffusa nell'opinione pubblica verso la moneta unica, ma equivale a condannare tutti a un aumento della povertà. Si produrrebbe, infatti, una svalutazione che porterebbe a una perdita del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni almeno del 30 per cento. Bel risultato per chi mette tra i suoi obiettivi la lotta alla povertà. Non andrebbero mai dimenticati, del resto, gli enormi vantaggi che la moneta unica ha dato all'Italia in termini di minore spesa per gli interessi (molte centinaia di miliardi).

E ancora: è legittimo sostenere il reddito di cittadinanza. Ma gli almeno 30-40 miliardi necessari a finanziarlo da dove si prendono? Se l'idea è quella di smantellare dall'oggi al domani il sistema della cassa integrazione andrebbe almeno ricordato che quello strumento, nella crisi, sta garantendo più di 500mila lavoratori in difficoltà e, magari, che il suo costo viene sostenuto in grandisima parte dalle imprese. Sono dati di fatto che qualunque studente di economia conosce. Così come sono sotto gli occhi di tutti i danni di credibilità che si producono rivendicando, nelle interviste a importanti giornali stranieri, il proprio contributo all'ingovernabilità.
Benedetto Croce, nella sua Estetica, ricorda che chi «si illude sulla ricchezza dei propri pensieri» viene spesso ricondotto alla realtà «allorché è costretto ad attraversare il ponte dell'asino dell'espressione». Per Grillo e i suoi quel tempo è arrivato.
Molti di loro sono giovani e pieni di buone intenzioni. Gli stessi Grillo e Casaleggio sono certamente persone di intelligenza e vigore non comuni se sono arrivati fin qui. Si lascino alle spalle l'euforia delle piazze piene e di un'ascesa politica senza precedenti. Incassino un giusto risultato sulle riforme che riguardano la moralità pubblica. Ma si tolgano i panni del fool (copyright Enrico Brivio) e diano il loro contributo a tirarci fuori dai guai. Altrimenti della loro vittoria resteranno solo macerie. E la loro avventura politica si spegnerà nella sgradevole categoria del cinismo.

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