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Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2013 alle ore 14:22.

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(Corbis)(Corbis)

Perché lascio l'Italia. Gli appelli ignorati, le grida di allarme lanciate in rete, postate condivise moltiplicate dai blog ai social, continuano a tradursi (e sempre più spesso) in addii. Il lamento balza agli occhi nei commenti online: qual sia l'argomento, tutto viene ricondotto a un solo grande problema. L'incapacità del Paese a trattenere i suoi cervelli, ma anche le sue braccia qualificate, a schiudere un orizzonte di crescita personale e lavorativa.

I numeri
Secondo i dati pubblicati in Gazzetta ufficiale e riferiti al 31 dicembre 2012, gli italiani residenti all'estero sono 4.341.156: rispetto al 2011, 132.179 in più. Le statistiche Istat, riferite al 2011, parlano di 50mila connazionali che hanno lasciato l'Italia (circa 20mila in più di quanti vi han fatto rientro). Sono andati soprattutto in Germania (quasi 7mila), Svizzera (quasi 6mila), Gran Bretagna (poco più di 5mila). E poi in Francia, Stati Uniti, Spagna, Brasile, Argentina, Australia, Venezuela. Come spiega il blog La fuga dei talenti, che ha aperto un osservatorio permanente sulla nuova emigrazione professionale, questi sono però i dati ufficiali: quelli ufficiosi rappresentano il doppio delle cifre. «Tutte le indagini a campione concordano sul fatto che solo un italiano su due emigrato si iscrive ai registri ufficiali. Il flusso annuo di italiani in uscita verso l'estero è quindi stimabile intorno alle 100-120 mila unità». Osservando i flussi dalle regioni, emigrano di più i lombardi, seguiti da laziali, veneti e siciliani. Il 57% sono uomini: la metà 20-40enni, per un età media di 33 anni. In totale, i laureati over24 sono il 27, 6 per cento.

Gli addii sul blog
La rete è uno sfogatoio centrale e un luogo di confronto tangibile. Il riferimento non va solo ai siti di supporto e consiglio, da Goodbyemamma a Italiansinfuga, da Cervellinfuga a Scappo. Ma ai tanti micro-diari che raccontano esperienze e decisioni sofferte di ragazzi che una laurea non ce l'hanno. Che vanno a fare i receptionist o i camerieri a Londra, esasperati da condizioni e "trucchetti" contrattuali. Che fanno un biglietto solo andata per l'Australia «in cerca di uno stile di vita migliore» come ha scritto Daniel Costa, perché «se per andare avanti e restare in piedi bisogna comportarsi così e fregarsene della persona che si ha di fronte allora io non ci sto, non è il mio modo di lavorare e di vivere».

Non una fuga ma un percorso di crescita
E ancora: ci sono addii più strutturati e argomentati. Nelle scorse settimane ha colpito quello di Cristiano Rastelli, quarantenne presidente di Webdebs, associazione bresciana di imprenditori e liberi professionisti digitali. Nel post dall'indicativo titolo Ciao Brescia. Hello London, spiega che «ci sono motivi strettamente legati alla situazione politica ed economica italiana, ma che è inutile star qui a discutere». «Ad un certo punto - dice - ho alzato lo sguardo […] verso l'orizzonte […] e mi sono domandato dove volevo andare». Si chiede allora: «Se non puoi più crescere professionalmente come singolo, e se le posizioni di squadra in Italia sono quelle che sono, che fai?». Lo Stato italiano ha «bruciato ogni mia residua energia imprenditoriale».

Come lui, molta gente non "fugge" dall'Italia, ma si "trasferisce" in paesi e città estere dove crede di poter veder realizzate le proprie aspettative. Una differenza «semanticamente importante», scrive Rastelli. Però l'effetto non cambia, e i costi per il Paese sono alti. L'investimento in capitale umano perso per l'espatrio dei laureati ammonta, secondo alcuni calcoli Istat, a circa un miliardo di euro all'anno, senza contare il valore dei brevetti realizzati all'estero dai ricercatori. Le capacità imprenditoriali e gli spiriti innovativi dissipati non possono esser invece racchiusi in cifre certe: ma le singole storie che ne sono alla base possono aiutare a capire perché l'Italia è in crisi.

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