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Questo articolo è stato pubblicato il 28 marzo 2013 alle ore 08:13.

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Luisa Fattorusso alla presentazione di Libera del 26 marzo in prefettura (Foto: Marco Costantino)Luisa Fattorusso alla presentazione di Libera del 26 marzo in prefettura (Foto: Marco Costantino)

Tra gli imprenditori antiracket che martedì in prefettura hanno ricevuto il logo "ReggioLiberaReggio – La libertà non ha pizzo" c'è anche una donna, Luisa Fattorusso, che direttamente imprenditrice non è anche se con i figli entra nella compagine sociale dell'Hotel Regent sul lungomare di Reggio, a Catona.

Luisa Fattorusso, nata il 30 giugno 1952 a Reggio Calabria, è infatti una professoressa associata di analisi matematica alla facoltà di Ingegneria dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria. «Non entro direttamente nella gestione dell'albergo – dichiara al Sole-24 Ore – ma sia io che i mei figli seguiamo con grande attenzione l'attività intrapresa da mio padre. Da lui io, la mia famiglia e i nostri collaboratori, abbiamo ereditato la passione per la legalità e sui quei binari, da sempre, marciamo e continueremo a camminare».

Cosa voglia significare la parola legalità, Luisa Fattorusso lo spiega come meglio non si potrebbe: «Legalità vuol dire rispetto e ricerca del bene comune e non del bene privato. E' qualcosa che va addirittura al di sopra, oltre la legge. Pur non essendo un'attività remunerativa continuiamo a preservare posti lavoro, in tutto una quindicina di dipendenti. Questo è legalità».
Il cognome Fattorusso non dirà nulla ai giovani ma per chi ha qualche anno in più racconta molto. Tullio Fattorusso, imprenditore della fascia jonica reggina, fu rapito dall'Anonima calabrese (come allora veniva appellata) a S. Ilario Jonio il 9 ottobre 1981. Aveva 61 anni. Il 2 febbraio 1982 la famiglia versò ai rapitori 500 milioni: un acconto sui due miliardi richiesti.

Da quel contatto i Carabinieri di Locri e di Reggio Calabria, coordinati dall'allora sostituto procuratore Carlo Macrì, fecero scattare un'indagine che condusse all'arresto di nove persone.
Tullio Fattorusso tornò libero nelle campagne di Ciminà il 14 marzo 1982 ma prima cambiò rifugio almeno quattro volte e sembra che i rapitori avessero intenzione, comunque, di ucciderlo. I Carabinieri, all'epoca, recuperarono 80 milioni provenienti dal riscatto e un'auto di lusso (prezzo di listino di allora 25 milioni) che uno dei sequestratori si era già "regalato". In quel periodo, nelle mani dell'anonima calabrese di Platì e San Luca — che nei primi tre mesi del 1982 incassò dai soli sequestri di persona otto miliardi — rimasero altri quattro ostaggi.

La famiglia Fattorusso non ha mai pensato di chinare la testa. «Anni fa abbiamo avuto un attentato durante la fase di rinnovamento dell'albergo – spiega Luisa -. Hanno incendiato i vecchi locali ma la giustizia non è arrivata a capire cosa sia successo. Noi andiamo avanti, la nostra famiglia va avanti e a dispetto delle difficoltà che sta attraversando una città come Reggio Calabria, continuiamo a frequentare solo persone che fanno della legalità uno stile di vita».
La libertà – come recità lo slogan di Libera – "non ha pizzo".

r.galullo@ilsole24ore.com

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