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Questo articolo è stato pubblicato il 16 aprile 2013 alle ore 13:43.

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Ben al di là dei compiti che la Costituzione assegna formalmente al presidente della Repubblica, le incerte e instabili stagioni politiche ne hanno nei fatti ampliato funzioni, ambiti di intervento e prerogative. Non è un caso che prima con Carlo Azeglio Ciampi, poi con Giorgio Napolitano il Quirinale abbia acquisito un ruolo sempre più centrale all'interno del panorama politico e istituzionale. È cresciuto al tempo stesso il peso del presidente della Repubblica a livello internazionale. Un esempio? Nel corso del travagliato autunno del 2011, quando nel pieno della tempesta finanziaria che aveva investito il nostro paese Napolitano pilotò il cambio della guardia a palazzo Chigi tra Silvio Berlusconi e Mario Monti, fu proprio a lui che si rivolsero i nostri preoccupatissimi partner europei. Filo diretto d'oltreoceano anche con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Figura di massima garanzia istituzionale, arbitro super partes nel fissare le regole del gioco quando queste vengono sottoposte a eccessive fibrillazioni. Ormai si parla esplicitamente tra gli addetti ai lavori di «Repubblica del presidente». È avvenuto nella prassi, sia con Ciampi che con Napolitano attraverso l'utilizzo di strumenti prima poco percorsi, quali la «moral suasion», che hanno prevenuto nei fatti l'esercizio del potere di rinvio alle Camere per difetto di copertura o per palesi incongruità con l'ordinamento. Napolitano ha rinviato alle Camere una sola legge, il cosiddetto collegato lavoro alla Finanziaria 2009. Ciampi ne rinviò otto (tra queste, il ddl Gasparri che ha riformato il sistema radiotelevisivo, la legge delega per il riordino dell'ordinamento giudiziario, la «legge Pecorella» sull'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento). Il primato è di Francesco Cossiga, con 22 rinvii, quattro nei primi due anni per difetto di copertura, 18 per motivi ordinamentali. Ma erano altri tempi. La moral suasion è ormai prassi consolidata. Nei fatti è una concertazione preventiva tra Quirinale, Governo e Parlamento, attraverso la quale in sostanza si punta a evitare quegli strappi istituzionali che inevitabilmente si accompagnano a una decisione di rinvio alle Camere. Precedenti illustri è possibile rintracciarne del resto a partire dalla presidenza Einaudi. Nello «Scrittoio del presidente» si citano espressamente diversi casi di lettere inviate al ministro del Tesoro e ad altri ministri dell'epoca. Lettere, inviti espliciti al Parlamento Napolitano ne ha inviati in diverse occasioni, per stigmatizzare tra l'altro la prassi di inserire nei disegni di legge di conversione dei decreti norme disomogenee e del tutto estranee al contenuto originario del provvedimento.

Quelli che i teorici del diritto pubblico definiscono i «poteri a fisarmonica» del Capo dello Stato, hanno virato decisamente verso un ampliamento del suo raggio di azione, in perfetta coincidenza con il progressivo avvitarsi della crisi politica e la caduta verticale di credibilità dei partiti tradizionali presso l'opinione pubblica. Fondamentali nel curriculum del nuovo inquilino del Colle sono dunque l'esperienza politica, i ruoli istituzionali ricoperti, la competenza in campo economico. Come segnalano Vincenzo Lippolis e Giulio M. Salerno nella «Repubblica del presidente, il settennato di Giorgio Napolitano», appena pubblicato dal Mulino, è stata da ultimo la Corte Costituzionale, nella recente sentenza che ha risolto il conflitto tra il Capo dello Stato e la procura di Palermo sulla questione delle intercettazioni telefoniche, a ribadire alcuni punti fermi. Il presidente della Repubblica è stato collocato dalla Costituzione «al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato, e naturalmente di tutte le parti politiche. Egli dispone pertanto di competenze che incidono su ognuno dei citati poteri allo scopo di salvaguardare, ad un tempo, sia la loro separazione che il loro equilibrio». Ecco perché la figura del prossimo presidente della Repubblica dovrà essere scelta con grande cura.

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