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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2013 alle ore 07:43.

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Nell'editoriale del 14 aprile «Salviamo il salvabile», il direttore del Sole 24 Ore sottolinea l'urgenza di superare l'attuale sistema (bloccato) di finanziamento alle imprese totalmente incentrato, in particolar modo nel nostro Paese, sulle banche.

Viene anche richiamata la centralità di alcuni protagonisti della svolta del Dopoguerra e dello sviluppo industriale degli anni 60 che realizzarono strategicamente un patto tra le parti sociali dando un futuro alla neonata Repubblica.
Nell'articolo si sollecitano "gli uomini del fare" a dare efficienti risposte almeno pari per innovazione a quanto consentì all'Italia di realizzare il "miracolo" economico. Mai come in questo momento è necessario il ricordo delle passate virtù: se le banche "razionano" il credito (non solo in Italia!) altri le sostituiscano. Ci riferiamo a quanto ormai emerge quasi in ogni sede circa la necessità e l'urgenza di mobilitare gli investitori istituzionali di medio e lungo termine affinché mettano a disposizione le proprie risorse finanziarie per la crescita e lo sviluppo, in ciò realizzando un nuovo patto tra le parti sociali ed il mondo industriale.
In proposito, merita sottolineare che qualcosa si sta facendo in Italia. È stato messo a punto e già presentato alla comunità degli investitori in Confindustria a Roma, il 26 settembre 2012, un Fondo specializzato finalizzato a dare alle imprese la possibilità di smobilizzare i propri crediti all'esportazione cedendoli in pro soluto. La partecipazione a quel convegno del sottosegretario Antonio Catricalà ha manifestato il sostegno politico del governo all'iniziativa e alla partecipazione delle parti sociali (Confindustria e sindacati). La struttura messa a punto ha richiesto tre anni di elaborazione: è ricca di punti di controllo gestionali ed è stata definita avendo a mente costantemente le esigenze di compliance specifiche del mondo dei fondi pensione e delle assicurazioni.

La risposta al perché sia stato scelto il segmento delle esportazioni risiede nel fatto che da un lato il Fondo consente alle imprese di realizzare i loro crediti e dall'altro offre agli investitori istituzionali di investire in un segmento di medio termine a basso rischio e alta redditività, conseguendo così i loro obiettivi di investimento istituzionali. Il modello operativo alla base del Fondo sta assumendo i contorni di una piattaforma finanziaria in grado di sostenere e confrontarsi con altre esigenze, parimenti importanti, presenti ad esempio nel settore dei trasporti locali e delle utilities in genere. Questo è possibile perché le capacità professionali di chi ha promosso il Fondo sono quelle degli "uomini del fare".
I promotori del Fondo hanno da tempo avviato con le parti sociali un dialogo per facilitare la comprensione dello strumento e a superare eventuali disarmonie, considerato che lo strumento è il primo in Europa e sicuramente in Italia. Non solo in Italia, ma anche nel resto d'Europa si avverte l'esigenza di un modello finanziario per la crescita, che sposti l'attenzione dai guadagni del breve termine a quelli del medio e lungo periodo. La Commissione Europea ha pubblicato il 25 marzo un Libro Verde intitolato «Il finanziamento a lungo termine dell'economia europea». Il tema è stato anche affrontato nel G20 di Mosca, dove l'Oecd ha presentato il paper The Role of Banks, Equity markets and Institutional Investors in Long-term Financing for Growth and Development. Non sarebbe inopportuno il supporto dei "grandi" investitori istituzionali, come Bei e banche di sviluppo che per mission dovrebbero incentivare il seed capital dei progetti che generano ricadute importanti sulle nostre imprese. Il fatto che la progettazione di questo Fondo abbia richiesto tre anni di duro lavoro ci ricorda che in questo paese il passaggio delle parole ai fatti richiede sempre molto tempo...

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