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Questo articolo è stato pubblicato il 21 maggio 2013 alle ore 19:36.

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Verso la fine di agosto del 2011, il Governo Berlusconi alle prese con la seconda manovra correttiva di un'estate drammatica che si sarebbe conclusa con la caduta dell'Esecutivo e l'arrivo dei tecnici a palazzo Chigi, Enrico Letta, intervistato dal nostro giornale, spiegava che il Pd avrebbe voluto ripartire dalla riforma Dini per recuperare la flessibilità in uscita in un range tra i 62 e i 70 anni. Il contesto era confuso:
Angelino Alfano chiedeva di agire sulle anzianità per ricavare risorse con cui ridurre il taglio dei trasferimenti agli enti locali, mentre la Lega e il ministro Maurizio Sacconi avevano assunto una posizione conservatrice assoluta: le pensioni non si potevano toccare. Raccontiamo l'aneddoto per ricordare due cose. La prima: il policy making pensionistico non ha mai risposto solo a logiche di coerenza con i modelli teorici della previdenza obbligatoria, i quali puntano sempre all'obiettivo della sostenibilità finanziaria del sistema e dell'adeguatezza delle prestazioni in una prospettiva di equivalenza attuariale. La seconda: negli ultimi venti anni si è dato per chiuso un percorso legislativo che in realtà chiuso non si è mai, visti i continui ritocchi al margine solitamente venduti come "riforme" dal Governo in carica.

Le flessibilità in uscita, un mito ricorrente
In questo procedere per correzioni della legislazione corrente, la flessibilità in uscita per la pensione di vecchiaia risponde all'immagine di un fiume carsico, che di tanto in tanto riappare, evocato come via d'uscita possibile da insorgenti problemi sociali o di finanza pubblica. La riforma Dini (1995) prevedeva una flessibilità in uscita tra i 57 e i 65 anni, calibrata su un sistema di penalizzazioni o premi per indurre al posticipo basata sui coefficienti di trasformazione del montante contributivo in pensioni. Visse pochissimo quel sistema, messo a punto dal ministro del Lavoro, Tiziano Treu. E soprattutto in pochissimi lo utilizzarono davvero per scegliere il momento del pensionamento. Appena entrata in vigore la riforma che ci avrebbe proiettato nel sistema contributivo puro, arrivarono nuovi Governi con nuove soluzioni: Antonio Bassolino e Cesare Salvi con i decreti per le pensioni anticipate dei lavoratori impegnati in attività usuranti spostarono l'attenzione su platee particolari di beneficiari. E poi arrivò Roberto Maroni, che quasi accantonò la flessibilità e reintrodusse elementi retributivi con i nuovi requisiti per l'anzianità maggiorati (il famoso scalone), successivamente temperati ma non cancellati dalle "quote" di Cesare Damiano. Insomma un susseguirsi di interventi, proseguito con le "finestre mobili" di Maurizio Sacconi e che si sarebbe concluso con la riforma Fornero dell'autunno 2011, fatta e sfornata nel giro di quattro settimane sull'onda dell'emergenza finanziaria.

Le penalizzazioni attuali firmate Fornero
L'attuale sistema, che il Governo Letta intende correggere, prevede il superamento delle anzianità e il pensionamento di vecchiaia a 66 anni con 20 anni minimi di contributi. Il nuovo requisito viene innalzato gradualmente per le lavoratrici private ma entro il 2021 per tutti varrà il requisito dei 67 anni, raggiunto con l'aggancio del pensionamento effettivo alle aspettative di vita. La flessibilità in uscita c'è ma prevede delle penalizzazione: fino al 2014 gli uomini con 42 anni e tre mesi di versamenti (41 e tre mesi per le donne) possono andare in pensione anche prima del 62 anni, ma perdono l'1% della pensione per ogni anno di anticipo (entro un massimo di due anni) e del 2% per ogni anno ulteriore rispetto ai primi due. Per esempio se un lavoratore con 42 anni e 2 mesi decidesse quest'anno di andare in pensione a 58 anni perde il 6% della pensione.

Si può fare di più con Letta e Giovannini
Pochi mesi dopo il varo della riforma Fornero cominciarono a spuntare disegni di legge a firma dei più esperti esponenti politici della "strana maggioranza" che sosteneva il Governo Monti con proposte di reintroduzione di opzioni di flessibilità. Giuliano Cazzola e Tiziano Treu, per esempio, proponevano un pensionamento flessibile in un range compreso tra 62 e 67 anni di età, per uomini e donne, a partire dal 2014, corredato da corrispondenti coefficienti di trasformazione sottoposti a revisione triennale e automatica. Altre proposte con range diversi sono di Cesare Damiano e Pierpaolo Baretta, che legano il ritorno alla flessibilità in uscita (banda di oscillazione 62-70) con la soluzione "strutturale" del problema dei lavoratori esodati. Un sentiero che sicuramente calcherà il nuovo ministro, Enrico Giovannini, che con il premier Enrico Letta firmerà il futuro intervento di aggiornamento della legislazione pensionistica proprio con un allargamento (con penalizzazioni) della flessibilità. Tra le diverse opzioni sul tavolo due, al momento, sembrano quelle più gettonate. Con la prima si farebbe leva sul meccanismo già previsto dalla riforma Fornero con una sensibile maggiorazione della penalizzazione che scatterebbe agendo sia sul montante sia sui coefficienti di trasformazione. Con la seconda opzione scatterebbe una riduzione quasi automatica dell'assegno attorno al 10-12% (forse 15%) che diventerebbe più leggera ritardando il pensionamento. La scelta dipende dal costo dell'operazione, ossia quanta maggiore spesa pensionistica determinerebbe negli anni a venire, erodendo i risparmi (77 miliardi tra il 2013 e il 2020 stando alla Ragioneria generale dello Stato) garantiti dalla riforma del 2011.

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