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Questo articolo è stato pubblicato il 22 maggio 2013 alle ore 07:05.

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Anni di roboanti proclami, grida d'allarme per l'inefficienza, richiami dell'Europa per la lentezza dei processi, programmi a misura del cittadino. Ma appena si profila una riforma davvero «epocale» per razionalizzare le risorse, migliorare la specializzazione dei giudici, modernizzare la geografia giudiziaria, ecco che la politica si defila. Il governo aveva appena chiesto «coraggio»; il Senato gli ha risposto picche.

Mancano quattro mesi all'entrata in vigore della riforma e puntuale arriva la richiesta di proroga. All'unanimità, in un grande abbraccio, si ritrovano Pd, Pdl, M5S, Scelta civica. Nessun azzeramento, assicurano; solo il tempo per risolvere alcuni problemi. Ventiquattr'ore prima il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri si era spesa contro il rinvio, garantendo che «la fase di realizzazione procede con speditezza», sottolineando che lo «stop and go non è produttivo e non assicura certezze del diritto» e avvertendo che «un differimento correrebbe fortemente il rischio di essere mal interpretato e di generare un negativo effetto di disorientamento». Parole al vento.
La proroga di un anno della riforma che taglia 31 piccoli Tribunali e 220 sezioni distaccate (con un risparmio di 17 milioni di euro l'anno) accorpandoli ad altri uffici era scritta da tempo. Nella scorsa legislatura, dopo l'approvazione della legge delega le Camere avevano sparato sui decreti attuativi del governo. La Costituzione, però, dice che i pareri non sono vincolanti e quindi l'ex guardasigilli Paola Severino è andata avanti, mettendo in moto la fase organizzativa in vista del 13 settembre, data di entrata in vigore. Tutto nella fisiologia. Ma ecco la "vendetta" del partito del rinvio, con l'obiettivo di far partorire alla montagna un topolino: inizialmente i tagli dovevano essere 40, poi scesi a 31. Adesso si parla di 9.

Sarebbe grave se, per recuperare credibilità in Europa, bastassero annunci, provvedimenti-immagine, o «primi passi» a cui non ne seguono altri. Sarebbe grave se l'unica vera riforma sulla giustizia, difesa con tenacia da Severino nonostante le resistenze campanilistiche, corporative, politiche, si riducesse a un simulacro. Anche l'Ocse ci ha sollecitato ad andare avanti per modernizzare un sistema pre-unitario e recuperare efficienza, essenziale alla crescita del Paese. D'altra parte, non c'è governo che non indichi tra le sue priorità la nuova geografia giudiziaria, salvo poi fare marcia indietro di fronte alle resistenze. Riforma fondamentale, ma troppo impopolare per assumersene la responsabilità. Il tutto nel quasi totale disinteresse dei media. La giustizia fa notizia solo se c'è uno scontro con la politica.

A parole c'è accordo sul tagliare qualche "ramo secco", purché non nel proprio campanile. Altrimenti esplode l'allarmismo, spesso condito da menzogne: la riforma «è una resa dello Stato alla criminalità», «taglia posti di lavoro», «fa aumentare l'inquinamento perché si dovrà usare l'automobile per spostarsi negli uffici accorpanti», «disperde i soldi investiti nella costruzione di nuovi palazzi di giustizia, non più utilizzabili». A seguire, ricorsi al Tar e alla Consulta, che ha anticipato a luglio la decisione già fissata a ottobre. Dicono che gli avvocati abbiano fatto pressione. Certo è che sono subito scesi sul piede di guerra e hanno già sei giorni di sciopero in canna. E i magistrati? Per anni la nuova geografia giudiziaria è stata il loro cavallo di battaglia: ad ogni inaugurazione di anno giudiziario, nei comunicati dell'Anm, nei convegni hanno "sfidato" governi distratti o interessati solo a leggi ad personam e a improbabili riforme costituzionali. Eppure, per mesi la loro voce non si è sentita, si è fatta flebile. Niente di paragonabile alla mobilitazione per la puntuale entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale. È di ieri una nota di Magistratura democratica contro il rinvio, sponsorizzato invece da Magistratura indipendente, guidata da quel Cosimo Ferri appena nominato sottosegretario alla Giustizia.

Che cosa farà il governo? Se le parole hanno un peso e se il principio di responsabilità politica ha un senso, deve andare avanti. Gli aggiustamenti si possono fare dopo. Rinviare sarebbe una grave caduta di credibilità mentre, come ha detto Cancellieri, bisogna dimostrare di avere «il coraggio della continuità».

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