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Questo articolo è stato pubblicato il 08 giugno 2013 alle ore 08:17.

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Dovrebbero offrire rendimenti più interessanti dei titoli di Stato. Si presentano più convenienti rispetto al passato da un punto di vista fiscale. Eppure i mini-bond faticano a trovare l'interesse degli investitori istituzionali italiani. E così per le piccole e medie imprese italiane non riesce ad aprirsi, come in tanti auspicano, un'importante via alternativa di accesso al credito.
Sia chiaro, qualcosa si muove, anche su questo fronte. Nei giorni scorsi Mps ha lanciato sul mercato un fondo riservato agli investitori istituzionali, il primo in Italia di questo tipo, che investirà in mini-bond il cui taglio andrà da 2 a 5 milioni di euro. Obbligazioni che, nelle intenzioni della banca, aiuteranno le imprese italiane con forte propensione all'export a rafforzare i loro piani di crescita. L'obiettivo è chiudere «la prima tranche da 50 milioni entro l'estate, così da accompagnare una quindicina di imprese nel loro sviluppo», spiega Gabriele Gori, responsabile area corporate di Mps. L'istituto «con questo progetto intende dare nuova finanza alle imprese e non rifinanziare debito - aggiunge Gori -. Guardiamo ad imprese manifatturiere, non finanziarie nè immobiliari». Il fondo varato da Monte dei Paschi di Siena potrebbe non rimanere peraltro l'unica iniziativa sul mercato. Da tempo Muzinich, società specializzata in bond high yield, sta creando un fondo da 200 milioni di euro destinato alle società italiane che emetteranno i mini-bond. Non solo. UniCredit sta lavorando a una «soluzione che possa facilitare l'accesso delle imprese a questo strumento», spiegano dalla banca. E anche Intesa sta valutando l'applicabilità di questo strumento per aiutare le imprese medio piccole.
Tutto però è ancora alla fase embrionale. Di mini-bond emessi fino ad oggi in Italia - se per questi si intendono obbligazioni con un taglio compreso tra 2 e 5 milioni di euro - ce n'è sostanzialmente uno, ovvero quello lanciato in settimana da un'azienda torinese attiva nell'indotto automobilistico e aerospaziale, la Caar, che con il supporto dell'istituto di credito cooperativo Banca Cherasco ha varato un'operazione da 3 milioni di euro, con durata di cinque anni e un rendimento del 6,5%. Non molto, se si pensa che il Governo, con il Decreto Sviluppo, ha abbattuto molti paletti civilistici per l'emissione di prodotti di questo tipo e ha riformato il regime fiscale di riferimento, sia esentando l'applicazione della ritenuta sugli interessi sia rendendo deducibili gli interessi corrisposti sui minibond.
Perchè allora in Italia fatica a strutturarsi un mercato di bond di taglio piccolo? «La ragione di fondo è che manca il fronte della domanda - spiega il capo delle emissioni obbligazionarie high yield di una primaria banca italiana –. E questo accade perchè gli investitori vogliono strumenti liquidi, valutati con rating trasparenti e possibilmente poco costosi». «Quello dei minibond - aggiunge il manager - è invece un mercato che allo stato attuale non è liquido, visto che l'investimento deve essere mantenuto fino a scadenza; inoltre tradizionalmente i minibond non sono sottoposti al giudizio delle agenzie di rating più note, come S&P, Fitch o Moody's». In terzo luogo gli investitori istituzionali «devono dotarsi di costose strutture interne di analisi del credito, strutture fisse, che spesso non sono adeguatamente ricompensate dai tassi offerti».
Eppure lo spazio per lo sviluppo di obbligazioni simili ci sarebbe. Un po' perchè, come segnala il CsC, la stima del fabbisogno finanziario aggiuntivo per investimenti delle imprese nei prossimi cinque anni si dovrebbe attestare a 90 miliardi. Un po' perchè le banche italiane si trovano a dover riequilibrare il funding gap, ovvero la differenza (negativa) tra la raccolta e gli impieghi, oggi pari a 200 miliardi di euro. Una soluzione per dare ossigeno al mercato, suggerisce Paolo Angeloni, director di Alix Partners, «potrebbe passare attraverso un maggiore coinvolgimento nella sottoscrizione dei minibond da parte di soggetti come fondazioni bancarie, Cdp, o dei fondi di investimento domestici, magari sotto la cabina di regia dei policy maker nazionali».
luca.davi@ilsole24ore.com
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NUOVA FONTE
I Mini-bond
Il decreto Sviluppo ha eliminato alcuni vincoli (anche fiscali) che impedivano alle imprese non quotate in Borsa di emettere obbligazioni. Dalla sua emanazione, da parte del Governo Monti, molte aziende non quotate in Borsa hanno iniziato ad emettere obbligazioni per reperire finanziamenti alternativi a quelli bancari. Ma per ora, tranne un'eccezione, si tratta di aziende medio-grandi: le piccole ancora non riescono a scendere in campo.
Investitori cercasi
Uno dei motivi per cui i veri mini-bond non decollano è legato alla mancanza di investitori specializzati. Alcuni stanno nascendo, lasciando ben sperare per il futuro.

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