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Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2013 alle ore 12:48.

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Un milione di Fratelli musulmani manifestano per Morsi

IL CAIRO - A ogni digiuno di Ramadan segue un Iftar, la grande cena quando cala la sera; ad ogni manifestazione a favore dei militari, ne segue una a favore di Mohamed Morsi, il presidente esautorato dai militari. Anche ieri sera e questa mattina fino al sorgere del sole e alla ripresa del digiuno, centinaia di migliaia, forse più di un milione di fratelli musulmani, hanno occupato un quartiere del Cairo.

Verso mezzanotte alcune decine di migliaia di loro hanno lasciato la moschea di Rabaa al-Adawiya, il cuore della protesta islamista nella parte meridionale della città, e si sono messe in marcia verso il ministero della Difesa e il palazzo presidenziale, presidiati da mezzi blindati e militari. Ma per evitare uno scontro che sarebbe stato altamente probabile, i manifestanti sono rimasti a debita distanza. La loro, insistono a dire, vuole essere una protesta pacifica.

E' la quotidianità del Cairo, ripetitiva ormai da giorni: lo specchio di una polarizzazione senza via d'uscita del Paese. Di qua i sostenitori dei militari, di là quelli di Morsi. Non c'è via d'uscita.

Apparentemente. Una trattativa, invece, è in corso. Un segnale che la diplomazia sta lavorando per questo, sono le strane dichiarazioni del dipartimento di Stato americano. Due giorni fa gli Stati Uniti avevano annunciato che, qualsiasi cosa stia accadendo al Cairo, gli ultimi caccia F16 di una commessa già consegnata, sarebbero arrivati in Egitto. Al gesto conciliatorio verso i militari, ieri gli americani hanno presentato la richiesta di contropartita egiziana: liberare al più presto Mohamed Morsi.

In realtà gli americani non sono stati così chiari e diretti. Già il ministero degli Esteri tedesco aveva chiesto la cessazione degli arresti "indiscriminati" contro i Fratelli musulmani, e la liberazione di Morsi. Avevano inoltre chiesto che un organismo internazionale come per esempio la Croce Rossa, potesse incontrare il prigioniero: una richiesta che dovrebbe essere condivisa dall'intera Unione Europea la quale invece tace.

Ieri a Washington, alla quotidiana conferenza stampa al dipartimento di Stato, un giornalista ha chiesto cosa ne pensasse l'amministrazione Obama della richiesta tedesca. «Siamo d'accordo», ha risposto la portavoce Jen Psaki. L'affermazione non è stata ulteriormente elaborata. Un paio di giorni prima Psaki aveva definito «non democratica» la presidenza di Morsi.

Gli americani stanno facendo pressione sui militari egiziani perché trovino una via d'uscita politica. Quella su cui si starebbe lavorando prevede che Morsi accetti di essere reinsediato – senza poteri esecutivi – giusto il tempo per rassegnare pubblicamente le dimissioni e annunciare che la fratellanza parteciperà alle nuove elezioni entro un anno. Un governo ad interim dovrebbe fissare una Costituzione provvisoria e organizzare in meno di un anno il voto parlamentare e presidenziale. Al governo dovrebbero partecipare anche i Fratelli musulmani, come da giorni propone il premier incaricato Hazem al-Beblawi. E' l'idea di governo "inclusivo" che salverebbe la faccia al golpe militare e offrirebbe una nuova opportunità futura alla fratellanza.

Il compromesso però richiede che gli islamisti si rendano conto che alla condizione precedente il colpo di stato non si può tornare: il generale a-Sisi, capo di stato maggiore e ministro della Difesa, non lo accetterebbe mai. Loro continuano a perseguire l'eliminazione del movimento islamico dalla vita politica egiziana. Almeno in questa fase la fine della presidenza Morsi è ineluttabile.

Anche i militari, tuttavia, devono ammettere che i Fratelli musulmani continuano ad avere un vasto consenso popolare. La loro determinazione a non abbandonare la piazza potrebbe essere prima o poi causa di incidenti pericolosi. La repressione, alternativa sempre possibile al negoziato politico, è quel che gli americani e la comunità internazionale non vogliono più vedere.

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