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Questo articolo è stato pubblicato il 27 luglio 2013 alle ore 12:59.

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L'uomo forte dell'Egitto, Abdel Fattah Al Sisi, ha deciso di indossare la divisa del generale "sradicatore" degli islamici, con una mossa che ricorda i militari algerini quando nel gennaio del '92 annullarono la vittoria elettorale del Fronte islamico (Fis) e il Paese imboccò la strada della repressione: 200mila morti in dieci anni di guerriglia e terrorismo. L'unica speranza è che all'Egitto sia risparmiata una deriva all'algerina.

Il disgraziato appello di Al Sisi ha avuto, come prevedibile, conseguenze drammatiche: aveva chiesto ai sostenitori del colpo di stato di scendere in piazza contro i Fratelli Musulmani del deposto presidente Morsi ed è accaduto il massacro. La polizia, con la copertura delle manifestazioni a favore dei militari in piazza Tahrir, si è scatenata contro gli islamici facendo almeno un centinaio di morti e migliaia di feriti.
Mentre a Tunisi con l'uccisione del deputato dell'opposizione Mohammed Brhami si preannuncia un'estate bollente, l'Egitto sta scivolando verso la guerra civile. Questo è il risultato dell'iniziativa dei militari che hanno chiuso le porte al dialogo con i Fratelli Muslmani, mettendo agli arresti Morsi e centinaia di dirigenti del partito islamico.

Invece di tentare un reale riconciliazione nazionale, l'esercito e le forze di sicurezza hanno ingaggiato un regolamento dei conti con gli islamici, senza nascondere l'obiettivo di eliminare dalla scena la loro estesa presenza politica e sociale.
Morsi e i suoi hanno commesso molti errori, a partire del tentativo del presidente di avocare a sé poteri speciali nel novembre del 2012, mentre il governo del partito dei Fratelli Musulmani si dimostrava incapace di affrontare le emergenze economiche del Paese.

Ma i generali forse stanno commettendo un errore ancora più grave: appronfondire le spaccature ideologiche, religiose e sociali dell'Egitto.
I Fratelli Musulmani sono stati messi con le spalle al muro. I leader sono in carcere, i loro canali televisivi sono stati chiusi mentre i media nazionali sono stati invitati a conformarsi al nuovo ordine. Uno scenario che ha reso del tutto impossibile che i Fratelli Musulmani potessero accettare di associarsi al processo politico come invece hanno fatto con maggiore astuzia i loro concorrenti salafiti, radicali nella sostenza ma assai più abili a capire che il vento era cambiato, incoraggiati a mutare posizione anche da parte dei loro ricchi sponsor internazionali, Qatar e Arabia Saudita.

Siamo così di fronte a una polarizzazione che sembra senza vie di uscita. I Fratelli continueranno a sfidare il nuovo assetto almeno fino alla liberazione di Morsi. Mentre sull'altro fronte è evidente il progetto dei militari e del blocco politico vincente: prendere al volo l'occasione per assestare un colpo decisivo, si direbbe mortale, ai Fratelli Musulmani e all'attuale gruppo dirigente.

Mentre i Fratelli Musulmani continueranno a chiedere la liberazione di Morsi, l'obiettivo dei militari e di mettere fuori gioco l'attuale dirigenza dei duri e puri per aprire spaccature e favorire l'emergere di una nuova generazione di capi più accomodante. Soltanto in questo caso i generali sradicatori potrebbero aprire un negoziato con la Fratellanza. Ma si tratta di una scommessa ad alto rischio: quando scorre il sangue nelle strade di solito a vincere non sono i moderati.

Vedremo adesso quali sono le reazioni internazionali agli eventi egiziani: gli Stati Uniti, sempre più imbarazzati, hanno in definitiva appoggiato il colpo di stato, pur sospendendo la fornitura dei caccia F-16, l'Europa ha preso posizioni ambigue e fumose. Sulla Sponda Sud, per il momento, l'Occidente appare come uno spettatore interessato ma in sostanza del tutto inefficace.

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