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Questo articolo è stato pubblicato il 04 agosto 2013 alle ore 15:26.

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Renato Ruggiero (Ansa)Renato Ruggiero (Ansa)

All'Europa come unica soluzione ai problemi strutturali dell'Italia e risposta ai rinascenti nazionalismi, Renato Ruggiero ambasciatore e "civil servant" dei più brillanti della sua generazione, ci aveva creduto da sempre, anche quando erano in pochi a crederci. Ecco perché vedere oggi l'Europa squassata da una crisi profonda e apperentemente senza uscita lo addolorava aumentando quel senso di frustazione e di impotenza dovuto a una lunga malattia invalidante che non gli ha lasciato scampo questa mattina all'alba all'Ospedale San Raffaele di Milano. Come tanti napoletani era ammaliato da Milano, dall'efficienza e dall'etica del lavoro che vi si respira, nonostante tutto. E Milano era diventata la sua città d'adozione dopo avere vagato per mezzo mondo (dal Brasile alla Russia dall'America alla Jugoslavia fino a Bruxelles, per decenni fulcro della sua attività e dei suoi interessi).

Il tema con il quale superò il concorso diplomatico negli anni '50 era sulla "clausola della nazione più favorita". Quasi un segno del destino per chi, da ministro del commercio estero tra l'87 e il '90, dovra' gestire i negoziati Gatt Uruguay Round e soprattutto per chi diventarà il primo direttore dell'Organizzazione mondiale del Commercio a Ginevra sconfiggendo il candidato di Bill Clinton, l'ex presiedente messicano Salinas. La difesa del multilateralismo sia pure in un mondo sempre più caratterizzato da accordi bilaterali era per lui una vera stella polare.

Così come credeva davvero in un'Europa retta dal sistema comunitario e non intergovenativo, quell'Europa che, dal giugno 2001 per sette mesi, da ministro degli Esteri del secondo governo Berlusconi avrebbe difeso dalle volgarità di Bossi e dalle intemerate di Tremonti battendo i pugni sul tavolo del Consiglio dei ministri nel silenzio complice del premier. Senza un partito alle spalle e senza alleati (solo Fini ma in funzione di contenimento dell'asse Bossi-Tremonti) la scelta delle dimissioni da capo della Farnesina il 6 gennaio del 2002 sarebbero state quasi un gesto scontato, già tutto scritto nelle dichiarazioni di fuoco contro la freddezza e lo scetticismo del Governo (Tremonti, Bossi, Martino) per l'adozione dell'Euro il primo gennaio 2002.

Eppure non doveva andare cosi. In lui avevano creduto come figura di garanzia in un Governo già bollato dall'Economist come "unfit to lead Italy", non solo l'avvocato Agnelli ed Henry Kissinger (che ne sostennero la candidatura varcando il portone di Palazzo Grazioli) ma soprattutto il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, sponsor e amico sincero. Nel 2002 il rientro nel colosso bancario Citibank per il quale aveva già lavorato in Svizzera e a Londra prima del 2001.

Ma con l'occhio sempre attento a quello che succedeva in Italia dove manteneva contatti ad alto livello e funzioni di una certa responsabilità come quella di presidente dell'International advisory board del gruppo Unicredit. Ma il suo cuore e la sua mente rimanevano sempre quelle di un diplomatico allevato alla scuola di maestri come Gaja e Plaia, quelli per cui la diplomazia era una sorta di "Savoia Cavalleria" e il diplomatico che riusciva a strappare un accordo vantaggioso per il suo Paese meritava "il cordone dell'Annunziata". Ultimo incarico in diplomazia quello da segretario generale della Farnesina nel 1987 prima di assumere (da tecnico indicato da Craxi) l'incarico di ministro del Commercio estero. Nel '91 l'avvocato Agnelli gli chiese di occuparsi delle questioni internazionali della Fiat. Il negoziato con Bruxelles per la fabbrica polacca di Tichy porterà la sua firma. Ma la politica continua e vederlo come una "riserva della Repubblica". Sarà il premier Massimo D'Alema a chiamarlo alla presidenza dell'Eni ma con uno statuto che lo privava di poteri effettivi. E inevitabilnete quell'avventura durò pochi mesi. Affabile nei modi ma stakonivista sul lavoro, si rilassava di rado (soprattutto in montagna ad Ortisei). A Napoli ci tornava raramente e con un groviglio di ricordi e speranze per la rinascita della città. In fondo al cuore custodiva, però', come un prezioso tesoro quella beata spensieratezza e grande libertà dei vent'anni, quando prima di partire per San Paolo in Brasile e assumere il primo incarico da viceconsole, davanti al Circolo Italia metteva a mare il suo Dinghy e tirava su le vele davanti a Castel dell'Ovo.

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