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Questo articolo è stato pubblicato il 11 agosto 2013 alle ore 08:22.

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Mini-bond, un mercato da 100 miliardi - Un canale alternativo al credito per rilanciare l'industria

di Paolo Bricco

«A settembre anche noi lanceremo un mini-bond. Il credito bancario "nudo e crudo" non basta più». E se lo dice Alberto Dal Poz, piccolo imprenditore meccanico, vuol dire che è proprio vero. Dal Poz è dal 2008 consigliere e da un mese e mezzo anche membro del comitato di gestione della Compagnia di San Paolo, primo azionista della principale banca italiana (Intesa San Paolo).

Ad Alpignano, vicino a Torino, la sua Comec (60 addetti, 8,3 milioni di fatturato nel 2012) fa stampaggio lamiera. «Dobbiamo creare nuove linee di lavorazione e compiere un salto tecnologico – continua Dal Poz – realizzando presse più grosse con contenuti innovativi più raffinati. Per riuscirvi pensiamo di ricorrere a un mini-bond dal valore compreso fra i 2 e i 3 milioni di euro. In questi giorni stiamo preparando il documento di sostenibilità finanziaria. A settembre ci muoveremo». In questo caso, il nuovo strumento finanziario servirà a garantire la crescita industriale e una migliore integrazione con le catene della fornitura globale, che stanno sperimentando il fenomeno della re-industrializzazione europea. «Quei soldi – spiega Dal Poz – ci serviranno a realizzare una nuova generazione di stampi con cui tre nostri clienti (un tedesco, un ungherese e una multinazionale americana) apriranno nuove fabbriche e nuove catene di montaggio in Europa, facendo rientrare qui lavorazioni che oggi sono in Cina».

Il progetto di Dal Poz, e la sua esigenza di una alternativa al credito bancario "nudo e crudo", è coerente con la necessità di introdurre novità in uno scenario radicalmente bancocentrico. Il mare indistinto del sistema industriale italiano (da Telecom al laboratorio artigiano di Merate, dalla Pirelli alla piccola azienda lucana) si finanzia nel suo complesso al 92% con il credito bancario e all'8% con il mercato obbligazionario. «Ma se escludiamo quel che resta delle grandi imprese – ricorda Antonio Forte, ricercatore del Cer – è chiaro che, mano a mano che la dimensione dell'azienda diminuisce, la quota garantita dal credito ordinario si avvicina alla quasi totalità». Tanto che, secondo un occasional paper pubblicato ad aprile dalla Banca d'Italia, le obbligazioni coprono lo 0,3% del debito delle micro imprese (meno di dieci addetti) e lo 0,9% delle piccole (meno di cinquanta), contro il 10,8% di quello delle grandi (oltre i duecentocinquanta dipendenti).

Il problema è che, fra credit crunch e nuovi requisiti di solidità per le banche, queste ultime avranno sempre meno soldi da prestare alle imprese. Da qui l'esigenza del governo Letta, in continuità con quanto fatto dal governo Monti, di costruire un quadro regolatorio in cui possano formarsi i veicoli in grado di sottoscrivere mini-bond. Secondo una stima formulata durante l'ultimo incontro fra gli operatori del mercato e il ministero del Tesoro, il mercato dei mini-bond per le Pmi potrebbe valere fra i 50 e i 100 miliardi di euro all'anno: esattamente le cifre che si potrebbero perdere in Italia per effetto della restrizione del credito e di Basilea 3.

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