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Questo articolo è stato pubblicato il 19 settembre 2013 alle ore 06:48.

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I cartelloni elettorali di Peer Steinbrück, leader della Spd, e del cancelliere Angela Merkel (Reuters)I cartelloni elettorali di Peer Steinbrück, leader della Spd, e del cancelliere Angela Merkel (Reuters)

FRANCOFORTE - Con i partiti impegnati nella caccia all'ultimo voto prima delle elezioni di domenica e tutta l'attenzione rivolta alle possibili coalizioni che usciranno dalle urne, presumibilmente per la terza volta consecutiva sotto la guida di Angela Merkel, la discussione sui programmi e sui problemi della Germania è stata del tutto marginalizzata.

Questo riflette in parte la personalizzazione della campagna, spinta soprattutto dal team del cancelliere, consapevole della sua alta popolarità, e in parte il buon andamento dell'economia, in modesta ripresa e con disoccupazione ai minimi e salari in crescita. Negli ultimi quattro anni, il Governo, come accusa, non a torto, lo sfidante socialdemocratico Peer Steinbrück, ha dribblato, con la scusa di dover gestire la crisi, ogni scelta di riforma strutturale e si è cullato nell'immobilismo, avvantaggiandosi delle riforme, soprattutto del mercato del lavoro, dell'Agenda 2010, realizzata dal predecessore della signora Merkel, Gerhard Schröder.

Fin dalla sua formazione, che, dovesse trattarsi di una grande coalizione fra democristiani e socialdemocratici, potrebbe richiedere un lungo negoziato, il nuovo Governo dovrà confrontarsi con tre problemi principali che mettono in pericolo l'egemonia economica della Germania: due di questi sono apertamente riconosciuti dallo stesso cancelliere, il terzo si preferisce nasconderlo sotto il tappeto. In tutti e tre i casi, le proposte dei maggiori partiti sono in genere vaghe.

Energia. La politica energetica è il tema che colpisce di più le tasche dei tedeschi e quindi ha fatto capolino nella campagna. Alla legge di 13 anni fa per promuovere le fonti rinnovabili, si è sommato nel 2011, dopo il disastro giapponese di Fukushima, l'annuncio dell'abbandono del nucleare, che ha complicato ulteriormente le cose. Il piano per le rinnovabili, detto Energiewende, punta a passare dal 23% attuale della produzione di energia da queste fonti, soprattutto solare e eolico, al 35% nel 2020 e all'80% nel 2050, con un costo complessivo di 550 miliardi di euro. Ha un vasto appoggio nell'opinione pubblica, o almeno lo aveva fin quando i suoi costi non hanno cominciato a gravare pesantemente sulle bollette sia delle famiglie sia delle imprese: il costo per i consumatori dei sussidi alle rinnovabili balzerà quest'anno da 14 a 20 miliardi di euro. Le famiglie reclamano di non poter pagare, le industrie si lamentano del danno alla loro competitività. I sussidi sono fissati per 20 anni, mentre il prezzo alla produzione dell'energia è crollato. Risultato, a causa dei sussidi, i consumatori pagano il doppio di quanto costa alle imprese produrre l'elettricità. Nel frattempo, le utilities hanno visto finire fuori mercato i propri impianti a gas e hanno fatto crescente ricorso a quelli a carbone, peggiorando le emissioni di ossido di carbonio, l'opposto di quello che la legge si proponeva. Metter mano alla politica energetica sarà la prima cosa che farò dopo le elezioni, ha detto la signora Merkel. Nè lei, nè i suoi avversari hanno detto chiaramente come.

Demografia. L'invecchiamento della popolazione può limitare gravemente nei prossimi decenni la crescita dell'economia tedesca, sia secondo l'Ocse sia secondo osservatori interni come Deutsche Bank. Con uno dei tassi di natalità più bassi d'Europa (1,36 bambini per donna), la Germania si avvia a un drastico ridimensionamento della popolazione, dagli attuali 81 milioni a 70 nel 2060 (meno che nel 1963): allora, un tedesco su tre avrà più di 65 anni e la Germania non sarà più il Paese più popoloso d'Europa, ma scivolerà dietro a Gran Bretagna e Francia. L'allarme ha uno slogan: Schrumpfnation Deutschland, la Germania che si contrae. L'effetto principale sarà sulla crescita, quello secondario sui conti dello Stato: il debito pubblico tedesco, se si tien conto delle passività del sistema pensionistico, è il 192% del prodotto interno lordo, nettamente superiore a quello italiano di 146%. Mentre la riforma previdenziale italiana sull'allungamento dell'età pensionabile è entrata in vigore immediatamente, quella del Governo Merkel partirà dopo il 2020. Il fenomeno dell'aumento dei pensionati è stato parzialmente mascherato negli ultimi anni dall'effetto Seconda guerra mondiale, ma ora il numero ha ripreso a crescere e lo farà fino al 2030. La bassa natalità tedesca è in parte un fatto culturale: la madre che lavora è una cattiva madre, secondo la tradizione, e quindi le donne vengono messe di fronte all'alternativa figli/occupazione. Inoltre, l'assistenza all'infanzia è insufficiente, nonostante una recente misura del Governo che punta a creare un posto al nido per ogni bimbo sopra i 12 mesi. Le promesse elettorali, fortemente influenzate dai cristiano-sociali bavaresi, vanno peraltro nella direzione opposta: pagare le madri perché stiano a casa. L'altra possibile soluzione al problema demografico, quella dell'immigrazione, ha incontrato finora mille ostacoli: il Governo ha di recente invertito la rotta con il supporto a progetti pilota, già avviati dalle associazioni imprenditoriali, per attirare apprendisti (e anche professionisti come ingegneri e manodopera qualificata, per esempio nella sanità) dai Paesi del Sud Europa in crisi. Si tratta però di numeri che non scalfiranno la carenza di manodopera.

Banche. Del terzo problema non si vuole nemmeno parlare. «Le banche tedesche faranno da sole», disse qualche tempo fa il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, alla richiesta europea di aumentare il capitale. La verità è che la questione banche la Germania preferisce risolverla in casa e con potenti iniezioni di soldi pubblici. L'intreccio fra la politica e istituti come le casse di risparmio e le Landesbanken, controllate dalle regioni, è strettissimo e Berlino non ha intenzione di allentarlo. Per questo ha resistito strenuamente all'allargamento della vigilanza unica europea anche a questi istituti. Anche a costo di pagare per le loro malefatte. Dopo la crisi finanziaria globale, il Governo è intervenuto in Ikb (il primo fallimento nella crisi dei subprime Usa), Hre, Commerzbank e diverse Landesbanken. Il costo è stato di 680 miliardi di dollari, il 12,8% del pil, secondo il Fondo monetario, quasi il doppio della Spagna. E nella bad bank finanziata con i soldi pubblici, gli istituti tedeschi possono scaricare di tutto, anche titoli del debito sovrano europeo. Chiaramente in Germania, è politicamente più facile da far digerire all'elettorato il salvataggio delle banche locali che quello dell'eurozona.

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