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Questo articolo è stato pubblicato il 27 settembre 2013 alle ore 06:53.

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ROMA.
Il caso Shalabayeva è di nuovo nella bufera giudiziaria. E potrebbe avere altri sviluppi pesanti nei prossimi giorni. Da ieri, intanto, i reati ipotizzati dalla procura di Roma sono sequestro di persona e ricettazione nella vicenda del rimpatrio-fulmine di Alma Shalabayeva e della figlia di 6 anni. Gli inquirenti hanno iscritto nel registro degli indagati l'ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov, il consigliere per gli affari politici, Nurlan Khassen, e l'addetto agli affari consolari, Yerzhan Yessirkepov. «Un atto dovuto» fanno sapere fonti investigative. Certo è che l'inchiesta accelera, presto potrebbe colpire anche funzionari e dirigenti del ministero dell'Interno «che abbiano – si legge nella denuncia di Madina, figlia maggiore del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, difesa dal professor Astolfo Di Amato – cooperato per il reato di sequestro di persona aggravato nonché nel reato di ricettazione». Per Madina, ora residente in Svizzera, alcuni uomini del Viminale avrebbero stretto «un accordo sotto banco» per far rimpatriare lo scorso 31 maggio la madre e la sorella minore. Secondo la denuncia, dalla Questura di Roma - che ha sempre rivendicato la correttezza dei suoi atti - sarebbe stata girata illegalmente una fototessera ai diplomatici del Kazakistan, utilizzata da questi ultimi per la richiesta di estradizione inviata alle autorità italiane. Nelle 31 pagine dell'esposto Madina ricostruisce ogni passaggio della vicenda sollevando una comparazione anche col «caso Abu Omar» ma con «un elemento di differenziazione che rende la vicenda relativa a mia madre e a mia sorella ancora più grave». Si sarebbe trattato, sostiene, «semplicemente di un vile sequestro camuffato come espulsione. Esso è avvenuto in danno di una madre e di una bambina, e degli altri componenti della famiglia dai quali esse vivono adesso separate, incluso un altro bambino, minore di età, che vive adesso in Europa senza nessuno dei suoi genitori. Alle principali vittime è stata negata la possibilità di difendersi. Nell'intera vicenda, e nel dolore inflitto, i diplomatici kazaki hanno avuto un ruolo centrale». Per gli investigatori di particolare interesse è la ricostruzione sulle fasi di partenza dell'aereo, decollato il 31 maggio scorso, e di atterraggio. «Il pilota dell'aereo privato – scrive la donna – noleggiato dalle autorità kazake, rilevata la assoluta singolarità della procedura di imbarco in presenza di uomini di polizia e agenti diplomatici, ha ritenuto, a propria tutela, di scattare una serie di fotografie, che comprovano le drammatiche circostanze che hanno caratterizzato gli ultimi momenti in Italia delle mie due congiunte». E aggiunge che «sull'aereo, la presenza dei diplomatici kazaki a bordo era volta ad assicurare la consegna dei "trofei" – mia madre e mia sorella – al Kazakistan, abusando dell'autorità diplomatica per giungere a quella che, di fatto, era una extraordinary rendition. Anche sul suolo in Kazakistan – conclude – il pilota era in dubbio quanto al fatto se egli avesse o no dovuto aprire le porte per lasciare uscire mia madre e mia sorella».
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