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Questo articolo è stato pubblicato il 25 ottobre 2013 alle ore 08:02.
L'ultima modifica è del 25 ottobre 2013 alle ore 08:36.

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Lo sdegno europeo sulle intercettazioni americane crea certamente imbarazzo a Washington. Ma a New York, dove il confine tra pragmatismo e cinismo è estremamente labile, l'eco della crisi diplomatica si è subito infranto sulle pareti di Wall Street: tra gli operatori di Borsa e i banchieri di investimento, molti dei quali hanno studiato a West Point o servito nei Marines e nell'intelligence prima di entrare nella finanza, la nuova polemica contro l'America è considerata non solo come «inutile» (non c'è governo al mondo che non cerchi di spiare le mosse del vicino), ma come «l'ennesima mistificazione dei veri problemi europei».

«Di che hanno paura in Germania? - si chiedeva ieri un trader di una grande società di brokeraggio globale - Forse temono che dopo aver ascoltato la Merkel al telefono sulle prospettive dell'euro, il Tesoro americano ci ordini di vendere subito i vostri titoli di Stato?».
È solo una battuta, ovviamente. Ma dietro al suo cinismo c'è una realtà oggettiva che - dal nostro punto di vista - meriterebbe la stessa preoccupazione accordata al caso-spionaggio: tra i grandi gestori di portafoglio della finanza americana, tra gli speculatori ma anche tra gli economisti e gli analisti di Wall Street, si sta radicando la convinzione che l'Europa sia tornata a muoversi in ordine sparso, che l'Eurozona abbia perso la spinta propulsiva verso l'unione politica e che il vento delle riforme strutturali che aveva permesso alle nazioni periferiche di avviare un percorso di modernizzazione economica e istituzionale si stia ormai esaurendo per mancanza di soggetti interessati. E così, tra populismo, anti-europeismo e mancanza di leadership nella gestione della crisi economica, l'Europa - come nel 2011 - è tornata ad essere un terreno di conquista per la grande speculazione internazionale. Speculazione che oggi, con le elezioni europee che si avvicinano, può persino contare su un alleato in più: l'incertezza politica e la paralisi decisionale.

L'equazione è nota: dove ci sono problemi di governance, il potenziale di guadagno è sempre il più alto. Ma il problema è che a farne le spese sono sempre i più deboli.
In questo contesto, uno dei problemi più grossi è che in questa partita giocata sulla pelle dei governi e dei risparmiatori europei manca una giuria che fissi le regole e un arbitro che le faccia applicare. Oggi il mercato europeo, al contrario di quello americano, sembra una terra di nessuno in cui vige solo la regola del più forte. Prendiamo la Tobin Tax: solo 11 Paesi dell'Eurozona hanno deciso di varare la tassa sulle transazioni finanziarie, e l'Italia è tra questi, creando così l'ennesimo dislivello competitivo su un mercato finanziario che sulla carta è definito come unico. L'Italia si stima che abbia già perso più del 20% delle transazioni a causa di questa tassa, che ha inevitabilmente spostato su Londra e New York le operazioni di compravendita su azioni e obbligazioni.

Ma si potrebbe anche parlare dell'Euro: se da un lato la finanza americana sostiene che la valuta europea rischia nuovamente di finire a gambe all'aria di qui al prossima estate, dall'altro la manovra coordinata della Fed e del Tesoro americano a sostegno del dollaro debole consente ai trader valutari di speculare con ragionevoli certezze di guadagno proprio sull'Euro forte, tenuto artificialmente alto sia rispetto allo stato dell'economia europea sia rispetto alle analisi che vogliono l'Europa in crisi politica profonda. Se un sistema sta per saltare, normalmente la valuta (o il debito) cade: in questo caso l'ordine naturale delle cose è ribaltato. L'andamento i T-bond americani è lo specchio di questa situazione: più si parlava nelle settimane scorse di un default americano, più i titoli di Stato Usa prendevano vigore, quasi che il rischio di insolvenza non li riguardasse affatto.

Con questo scenario davanti agli occhi e sugli schermi dei computer, c'è poco da meravigliarsi se i mercati europei - e in particolare i più fragili come l'Italia, siano terreno di scorribanda per gli investitori più spregiudicati. Ieri, per esempio, l'Italia è tornata a pagare di propria tasca non solo la percezione generale di paese totalmente immobile nella propria crisi, ma anche la confusione che regna nell'Eurozona sull'unione politica e, almeno in parte, persino l'escalation delle polemiche sullo spionaggio americano. I BTp e i future sui BTp, che già nel 2011 e nel 2012 avevano fatto da "proxi" sulle scommesse sulla tenuta dell'Euro arrivando a toccare rendimenti oltre il 7%, sono tornati nel vortice della speculazione per un dato sostanzialmente irrilevante o comunque largamente già scontato, gli ordini all'industria manifatturiera dell'Eurozona.

Ebbene, i BTp italiani - i più diffusi sul mercato - sono stati gli unici a pagare la flessione dell'indice europeo con un rialzo dei tassi di ben tre punti base: il risultato è che i rendimenti dei Bonos spagnoli sono tornati nuovamente sotto quelli italiani. Ma il fatto più interessante è come questo insieme di eventi finanziari viene mischiato a quelli politici e diplomatici e poi presentato all'opinione pubblica americana: mentre le prime pagine dei quotidiani europei attaccano gli Usa per le indiscrezioni sullo spionaggio sistematico della Cia, nelle prime pagine dei giornali americani - a cominciare dal Wall Street Journal - trovano molto più spazio le analisi che convergono sul riacutizzarsi della crisi dell'Euro, sul tramonto del progetto di unione politica e in ultima analisi sul'inaffidabilità dell'Europa come interlocutore politico e finanziario delle grandi economie mondiali.

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