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Questo articolo è stato pubblicato il 01 novembre 2013 alle ore 06:40.

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ROMA
Giorgio Napolitano è pronto a testimoniare nel processo Stato-mafia. La disponibilità del capo dello Stato – che si dice «ben lieto di dare un utile contributo» – è arrivata ieri con una lettera indirizzata ad Alfredo Montalto, presidente della Corte di Assise di Palermo. Ma nella stessa lettera il presidente fa notare tutti i suoi dubbi sull'effettiva utilità della sua testimonianza visti i «limiti della sua conoscenza in relazione al capitolo di prova testimoniale». Un capitolo che riguarda non fatti e circostanze ma le «preoccupazioni» che espresse il suo ex consigliere giuridico Loris D'Ambrosio in una lettera del 18 giugno 2012.
Ma andiamo con ordine partendo dall'antefatto: il 17 ottobre scorso la stessa Corte d'Assise aveva ammesso la testimonianza di Giorgio Napolitano – tra altre 177 – accogliendo la richiesta della Procura di Palermo. Una notizia che diversi esponenti politici e istituzionali accolsero con stupore parlando di episodio «inusuale» mentre il Colle si riservò una risposta in attesa di conoscere il testo integrale dell'ordinanza per «valutarla con il massimo rispetto».
Quel gelo da alcuni fu interpretato come la possibilità che dal Quirinale partisse un nuovo conflitto di attribuzione, come era già accaduto con la Procura di Palermo in merito a intercettazioni che coinvolsero Napolitano e di cui chiese la distruzione. Un ricorso deciso dal Colle proprio per difendere le funzioni e il ruolo del presidente della Repubblica più che della sua persona e che la Consulta accolse pienamente disponendo la distruzione delle conversazioni. Ieri, invece, il capo dello Stato si è detto pronto a testimoniare e «indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell'art. 205, comma 1, del codice di procedura penale espresse dai suoi predecessori».
Dunque, Napolitano sarà teste nel processo Stato-mafia ma, appunto, solleva molti dubbi sull'effettiva utilità della richiesta della Corte d'Assise. «Il presidente della Repubblica – si legge nella nota del Quirinale – sarebbe ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all'accertamento della verità processuale. Ed ha, nello stesso tempo, esposto alla Corte i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova testimoniale ammesso».
In effetti, le domande (che i magistrati rivolgeranno recandosi al Colle) saranno limitate alle «preoccupazioni» espresse dal consigliere giuridico del Quirinale, Loris D'Ambrosio – scomparso per un infarto un anno fa – in una lettera del 18 giugno del 2012 in cui parlava di episodi relativi al periodo «1989-1993» e del suo timore «di essere stato un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi». I paletti della testimonianza fissati dalla Corte d'Assise richiamano proprio la sentenza della Consulta che aveva accolto il ricorso del Quirinale sulle intercettazioni telefoniche.
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LA VICENDA
La corte d'assise
Il 17 ottobre scorso la stessa Corte d'Assise ha ammesso la testimonianza di Giorgio Napolitano, accogliendo la richiesta della Procura di Palermo. Il Colle si riservò una risposta in attesa di conoscere il testo integrale dell'ordinanza per «valutarla con il massimo rispetto»
Il capo dello Stato
Ieri il capo dello Stato si è detto pronto a testimoniare e «indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell'art. 205, comma 1, del codice di procedura penale espresse dai suoi predecessori»

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