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Questo articolo è stato pubblicato il 03 novembre 2013 alle ore 15:55.

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Lo scontro tra Europarlamento da una parte e Commissione e Consiglio dall'altra sul bilancio pluriennale (Multiannual financial framework) della Ue farà senz'altro slittare l'avvio della programmazione dei fondi strutturali 2014-2020. Dopo lo stallo di ottobre, se ne riparlerà l'11 novembre con un nuovo tentativo di conciliazione tra le istituzioni comunitarie, in vista della sessione plenaria del Parlamento del 18 novembre.

Poco male per l'Italia che non ha ancora definito l'accordo di partenariato sulla base del quale saranno spese le risorse comunitarie e nazionali nei prossimi anni. Ma ciò non fa che aumentare il rischio di partire ancora una volta con il piede sbagliato, portandosi dietro fino al 2020 i ritardi iniziali che si stanno accumulando. Con la consueguenza di perdere le risorse comunitarie, anche a causa di regole europee che diventeranno più rigide.

In uno studio della direzione Affari regionali della Commissione, emerge infatti che l'Italia riesce a selezionare i progetti da finanziare con i fondi strutturali al pari degli altri paesi ma - almeno nel periodo di programmazione che si chiude a fine 2013 - è partita con un enorme ritardo che poi si è trascinata negli anni successivi.Uno "spread" che Bruxelles misura in una differenza del 20% rispetto alla media europea, calcolata sulla base del costo dei progetti selezionati. In cifre, nel 2009 l'Italia aveva selezionato progetti pari al 6,7% contro il 26,7% della media Ue. Il distacco è rimasto invariato nei due anni successivi e si è ridotto a 7 punti percentuali l'anno scorso, grazie alla prevedibile accelerazione indispensabile per non perdere i finanziamenti.

Proprio alla luce di questi dati sul passato, l'Italia dovrebbe darsi una mossa per affrontare in modo più deciso l'avvio della nuova programmazione che sconterà anche la sovrapposizione con il rinnovo del Parlamento europeo e della Commissione e un prevedibile periodo di capacità decisionale ridotta degli uffici Ue, almeno fino all'insediamento del nuovo esecutivo tra un anno.

Per questi motivi Bruxelles ha sollecitato le regioni ma anche il Governo ad affrettare i tempi, in modo da cominciare a presentare i programmi operativi già nei primi mesi del 2014 (quando il bilancio pluriennale e l'accordo di partenariato dovrebbero aver ricevuto il via libera) ed avviare la procedura di approvazione.
Ma il lavoro non si presenta semplice, anche perchè la Ue, se da un lato ha cercato si semplificare le procedure, dall'altro ha introdotto alcuni paletti che sono destinati a cambiare la progettazione per i fondi europei.

La nuova politica di coesione, infatti, ha prevede tre "condizionalità" che vincolano i finanziamenti. La prima è la condizionalità "ex ante", rafforzata rispetto al passato, per garantire che esistano condizioni di partenza favorevoli all'investimento delle risorse Ue: dalle strategie di fondo al quadro normativo. La seconda è la condizionalità "ex post" con la verifica dei risultati ottenuti: il 5% della dotazione nazionale di ciascun fondo sarà erogato solo se i progetti raggiungeranno gli obiettivi della strategia Europa 2020. Infine, c'è la condizionalità macroeconomica, voluta e difesa dai paesi cosiddetti "virtuosi", Germania in primis, e che l'Europarlamento vorrebbe eliminare.
(Gi. Ch.)

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