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18 novembre 2013

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Notizie ItaliaTitanic Sicilia, quando la Regione autonoma rischiò il fallimento

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Titanic Sicilia, quando la Regione autonoma rischiò il fallimento

La crisi di liquidità della Regione siciliana, esplosa in tutta la sua gravità lo scorso anno, continua ad essere sia pure in modo meno assillante la preoccupazione dell'assessore all'Economia e del Ragioniere generale di turno a Palazzo dei Normanni. Anche se l'emergenza del 2012 rientrò in poche settimane e le acque in superficie oggi appaiono più calme, il problema della carenza di denaro per far fronte alle scadenze di breve periodo riaffiora in continuazione nella gestione dell'amministrazione. La domanda che ricorre è perché la Regione fu a un passo dall'insolvenza. I clamorosi documenti inediti di cui «Il Sole-24 Ore» è venuto in possesso (dei quali diamo conto nella parte a pagamento dell'inchiesta) ci consentono di risalire alle cause di quella crisi. La soluzione dei problemi finanziari della Sicilia necessita di interventi radicali da cui dipende il futuro e la sopravvivenza stessa dell'autonomia siciliana.

Scatta l'allarme. L'allarme per l'esiguità della cassa scatta nell'estate 2012, mentre a Palazzo d'Orleans Raffaele Lombardo trascorre la fase finale della legislatura in un clima reso rovente dall'inchiesta della Procura di Catania, che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. In quei giorni la Sicilia rischia il collasso finanziario. Il presidente del Consiglio Mario Monti e il viceministro dell'Economia Vittorio Grilli sono in stato d'allerta per le conseguenze deleterie che un possibile dissesto della Regione potrebbe avere sui conti dello Stato. Ivan Lo Bello, che dopo essere stato al vertice della Confindustria regionale ha assunto la vicepresidenza di quella nazionale, caldeggia il commissariamento dell'Isola da parte del governo centrale.
Gli eventi precipitano tra giugno e luglio 2012, anche se le avvisaglie della crisi risalgono a marzo.

Il report di cassa. Il 21 giugno, il Ragioniere generale Biagio Bossone, che riveste l'incarico da appena quattro mesi, riceve il consueto report di cassa, un documento fitto di numeri, alcuni dei quali evidenziati in giallo. Gli basta gettare un'occhiata alle cifre principali per comprendere la gravità del caso: le disponibilità effettive di cassa ammontano a poco più di 5 milioni, al netto di accantonamenti prudenziali per 615 milioni, di cui 316 per mutui contratti con le banche. Cinque milioni sono una somma insignificante perché quello stesso giorno la Regione dovrebbe effettuare pagamenti per 1,3 miliardi.

Insomma, in cassa resta poco e niente, mentre l'esposizione verso le banche e le imprese fornitrici è nell'ordine di 7 miliardi. Non solo la Regione non è in grado di onorare i debiti verso i fornitori, ma c'è anche il problema della spesa che continua ad aumentare accanto ad entrate che vanno sempre più assottigliandosi per la diminuzione del gettito fiscale causata dalla recessione. C'è poi la mina vagante degli oltre 15 miliardi di crediti accertati ma non riscossi – i residui attivi – considerati per la maggior parte inesigibili ed iscritti tra le entrate al solo scopo di far quadrare le spese. La combinazione di tutti questi fattori potrebbe innescare il default.

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