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Questo articolo è stato pubblicato il 03 febbraio 2014 alle ore 09:25.

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Una settimana fa un cancro ai polmoni si è portato via Eric Lawson, conosciuto come "Marlboro Man" perché testimonial negli anni '70 del famoso marchio americano di sigarette. Una vittima eccellente di un vizio, il tabagismo, che ogni anno uccide circa 6 milioni di persone secondo le ultime stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che avverte: senza misure di contrasto i decessi collegati al fumo potrebbero arrivare a 8 milioni entro il 2030. Oltre al pesante dazio in termini di vite umane, il tabacco ha dei costi enormi sulla spesa sanitaria pubblica. Per gli Stati Uniti il "Centers for Disease Control and Prevention" ha stimato un danno di 193 miliardi di dollari all'anno per l'economia equamente suddiviso in spese sanitarie e perdita di produttività. In Italia uno studio dell'università Cattolica ha calcolato 7,5 miliardi di euro. Ma il tabacco, oltre ad essere una minaccia per la salute umana e un costo sociale non indifferente per i conti pubblici, continua ad essere soprattutto un business miliardario che né la crisi economica, né le campagne salutiste dei governi di tutto il mondo hanno potuto scalfire.

Un business miliardario
Lo dicono prima di tutti i bilanci delle multinazionali del settore: l'americana Altria (nuova denominazione di Philip Morris dopo lo spinoff del 2008) e la controllata Philip Morris International; la giapponese Japan Tobacco e le britanniche British American Tobacco e Imperial Tobacco che insieme alla non quotata China National Tobacco si spartiscono oltre l'80% del mercato mondiale della sigaretta. Cinque colossi che messi insieme macinano 25 miliardi di dollari di utili netti su un giro d'affari di 147,4. La banca dati S&P Capital IQ calcola che i profitti netti dei 5 big del tabacco siano cresciuti del 9,1% negli ultimi 3 anni. Ed il trend è destinato a continuare ancora dato che il consensus degli analisti stima una crescita media del 3,5% degli utili per azione nei prossimi due anni.

I margini record
Il punto di forza sta nella marginalità che è altissima. Il modello di business relativamente tradizionale implica che le società del settore abbiano spese in ricerca e sviluppo limitate se non proprio assenti con costi di produzione irrisori rispetto al fatturato e stabili nel corso del tempo. S&P Capital IQ calcola che la quota di utili netti sul fatturato dei cinque big del settore si attesti al 18,6%, più del doppio della media delle società quotate dell'S&P500. Percentuale che, al netto di ammortamenti e tasse, sale al 32 per cento. Nel caso dei colossi Altria e Philip Morris l'indicatore (Ebitda margin) sale addirittura oltre il 40 per cento. Soltanto 50 società dell'indice S&P 500 di Wall Street possono garantire numeri del genere. Un'azienda su 10. Se si restringe il campo al solo settore dei beni di consumo (che mediamente ha una marginalità dell'11%) ne restano solo tre. Una di queste è un'altra azienda che produce e commercializza tabacco: Lorillard.

25 miliardi di cedole all'anno
L'industria delle sigarette è una macchina da dividendi. Stando alla banca dati Capital IQ il monte cedole annuo dei 5 colossi mondiali del tabacco ammonta ad oltre 16 miliardi di dollari. Il 64% della torta complessiva degli utili. Dal 2009 al 2012 secondo Bloomberg l'industria del tabacco ha staccato ai suoi azionisti un assegno da 107 miliardi di dollari. E la quota di dividendi è destinata a crescere nei prossimi due anni ad una media del 3 per cento annuo.

Chi investe nel tabacco
L'azionista numero uno, per controvalore dei titoli in portafoglio, è il ministero delle finanze giapponese che controlla il 36% delle azioni di Japan Tabacco, partecipazione che vale 14 miliardi di dollari. Ci sono poi i maxi-fondi di investimento americani come Invesco, le cui quote in British American Tobacco e Imperial valgono complessivamente 4,3 miliardi di dollari, e Blackrock anch'esso azionista di British American Tobacco con una quota del 5,6% che vale 3,7 miliardi di dollari. Accanto agli istituzionali non mancano i singoli privati facoltosi. Uno tra tutti il numero uno della FiatSergio Marchionne. Stando all'ultimo filing della Sec, il manager ha 52687 azioni Philip Morris (4,1 milioni di dollari il controvalore). Marchionne siede dal 2008 nel cda di Philip Morris.

La frontiera delle sigarette elettroniche
Le multinazionali del tabacco continuano a macinare utili nonostante in questi anni si sia ridotto il numero di fumatori in tutto il mondo. Euromonitor stima che la quota di tabagisti sul totale della popolazione mondiale sia passata dal 21,2 al 20,6 per cento. In tutto il mondo le campagne anti-fumo stanno spingendo i governi a varare leggi sempre più restrittive. Ma tutto ciò, come dimostrano i bilanci, non sembra aver scalfito più di tanto i profitti delle multinazionali del fumo che hanno contrastato il calo dei volumi con un aumento dei prezzi e investendo nella nuova frontiera delle sigarette elettroniche. Un mercato che, secondo Euromonitor, nel 2013 ha generato ricavi per un miliardo e mezzo di dollari (+200% annuo) e che nei prossimi anni è destinato a crescere a tripla cifra per arrivare nel 2028 quota 48 miliardi. Secondo Bloomberg nel 2028 le vendite di sigarette elettroniche supereranno quelle delle bionde tradizionali. Ma questo è uno scenario che non sembra preoccupare più di tanto i colossi del tabacco che hanno riserve a sufficienza per una campagna acquisti tale da sbaragliare la concorrenza dei pionieri (piccoli) della sigaretta elettronica.

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