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Questo articolo è stato pubblicato il 12 novembre 2013 alle ore 06:43.

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Le sanzioni per l'omesso reverse charge richiedono una determinazione compatibile con i principi dell'Unione europea.
Con l'ordinanza 25035/2013, la Corte di cassazione ha investito la Corte di giustizia europea del problema della misura delle sanzioni, da applicare nel caso in cui il contribuente non proceda in termini alla cosiddetta inversione contabile, cioè, all'integrazione delle fatture estere con l'Iva italiana.
Il tema non è nuovo: la Corte europea si è già pronunziata nel caso Ecotrade (sentenze C-95/07 e 96/07) sulle conseguenza dell'omesso reverse charge dichiarando illegittima la posizione dell'amministrazione finanziaria italiana che, allora, ritenne indetraibile l'imposta per la parte passiva della doppia registrazione, come effetto dell'infrazione commessa.
Dopo aver recepito le indicazioni della Corte di giustizia (risoluzione 56/2009), ammettendo la detrazione a posteriori, cioè, anche in sede di accertamento dell'infrazione, è rimasto il nodo delle sanzioni applicabili, in parte mitigato dal successivo intervento normativo (articolo 6, comma 9bis del Dlgs 471/1997) ove si prevede la sanzione ridotta al 3%, in luogo del 100%, qualora «l'imposta sia stata assolta, ancorché irregolarmente, dal cessionario o committente ovvero dal cedente o prestatore».
Sul senso da riconoscere a questa norma si è aperto un dibattito: da un lato, l'Agenzia ritiene che il riferimento al versamento dell'Iva, ancorché in modo irregolare, sia una conditio sine qua non della mitigazione. Sull'altro versante, si obbietta che il versamento dell'imposta, in tutti i casi di reverse charge, sia insito nella procedura stessa di compensazione dell'Iva a debito con l'Iva a credito e che la mitigazione debba essere riconosciuta in ogni caso di reverse charge, sempre che l'imposta di parte passiva sia detraibile per l'operatore.
L'interpretazione ristretta ha determinato anche un effetto discriminatorio tra il reverse charge interno, per tale intendendo le integrazioni delle fatture emesse da operatori nazionali senza applicazione dell'Iva, in base all'articolo 17, comma 5 e seguenti del decreto 633/72, ad esempio, per le prestazioni nel settore edile; e il reverse charge esterno, cioè, tutti i casi di integrazione della fattura estera, sia in ambiente unionale che extra-unionale.
Sulla suddivisione sopra indicata, l'indirizzo interpretativo della Cassazione, nelle sentenze immediatamente precedenti all'ordinanza (da ultimo la numero 20771/2013) è di considerare l'inadempimento all'obbligo di integrazione di natura sostanziale. E, laddove il documento non sia stato annotato in contabilità a tempo debito, non meritevole della mitigazione al 3 per cento. In sostanza, dunque, anche in assenza di danno erariale, essendo la detrazione dell'Iva comunque riconosciuta a compensazione anche postuma dell'Iva a debito, la sanzione del 100% colpisce tutti i casi di reverse charge unionale e le ipotesi di autofatturazione delle operazioni effettuate da soggetti extra-unione.

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