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Questo articolo è stato pubblicato il 15 novembre 2013 alle ore 15:49.

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La notizia battuta dalle agenzie è inequivocabile: Cisco, il primo fornitore al mondo di apparati di rete, ha perso ieri l'11% sui listini di Wall Street. La causa? Le conseguenze legate alle attività di spionaggio condotte dal governo americano nei confronti della Cina e di Hong Kong. Il colosso californiano, che ha lanciato l'allarme sui propri ricavi (in discesa del 10% nel trimestre in corso e in frenata per tutto l'esercizio 2014), non è però la sola compagnia hi-tech a stelle e strisce a rischio ritorsioni. Nella lista figurano, infatti, anche Ibm e Microsoft.

É stato in persona il numero uno di Cisco, John Chambers, ha spiegare pubblicamente perchè il fatturato dell'azienda subirà un calo compreso fra l'8 e il 10% nel secondo trimestre fiscale, dopo che il primo si è chiuso con una crescita dell'1,2% ma sotto le aspettative degli analisti. E la ragione di questa flessione è, a suo dire, anche il momentaneo rallentamento (con ripercussioni medie sulle entrate del 21%) delle forniture di apparecchiature verso Cina, Brasile, Russia e Messico.

Un rallentamento nato come ripicca alle azioni intraprese dalle autorità di Washington , dallo spionaggio condotto dalla Nsa e denunciato da Edward Snowden al blocco preventivo degli acquisti di prodotti di networking e informatici cinesi (nel mirino dell'Intelligence Committee sono finite Huawei e Zte) esteso lo scorso ottobre, per motivi di sicurezza, dalle agenzie governative e federali anche alle aziende private.

Business a rischio in Cina per le tech company Usa?
La possibilità che Cisco e altri vendor tecnologici americani possano essere vittime di questa nuovo capitolo di guerra fredda fra Cina e Stati Uniti è reale. E lo scandalo del Datagate, questa l'essenza della questione, avrebbe aumentato in molti clienti internazionali, e quelli cinesi ovviamente fra questi, lo stato di incertezza e diffidenza verso le aziende Usa.

Nel timore di essere spiati, ecco crescere nelle stanze del potere cinese la volontà di usare solo tecnologie prodotte in-house e di mettere alla porta i fornitori occidentali. Il governo di Pechino, al momento, non vieta l'acquisto di apparati sul mercato internazionale ma esorta le grandi aziende locali ad impiegare prodotti informatici nazionali e a dipendere sempre meno dai prodotti "made in Usa" a firma delle varie Ibm, Oracle, Microsoft, Emc e via dicendo.

Il precedente
Che Cisco, più di ogni altra azienda hi-tech Usa, possa rischiare un ridimensionamento del proprio business in Cina lo si poteva forse immaginare già in estate, quando indiscrezioni rese note dal China Daily e del Global Times, due testate di proprietà dello Stato, etichettevano l'azienda californiana come "un pericolo per la sicurezza informatica del Paese". Un assist deciso a tavolino per favorire i fornitori locali? Probabilmente sì. Resta il fatto che le quota di mercato in Cina di Huawei e Zte nel campo dei router è già oggi ben superiore a quella di Cisco e che tale gap è solo destinato ad aumentare.
Che Cisco, più di ogni altra azienda hi-tech Usa, possa rischiare un ridimensionamento del proprio business in Cina lo si poteva forse immaginare già in estate, quando indiscrezioni rese note dal China Daily e del Global Times, due testate di proprietà dello Stato, etichettevano l'azienda californiana come "un pericolo per la sicurezza informatica del Paese". Un assist deciso a tavolino per favorire i fornitori locali? Probabilmente sì. Resta il fatto che le quota di mercato in Cina di Huawei e Zte nel campo dei router è già oggi ben superiore a quella di Cisco e che tale gap è solo destinato ad aumentare.

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