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Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2013 alle ore 08:38.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 10:52.

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La legge di stabilità, com'è uscita dal Senato, non presagisce nulla di buono sulle prospettive politiche ed economiche del Paese. Non si capisce da dove possa arrivare il rilancio, giacché la Legge è ben lontana dall'essere «di svolta». Eppure la legge di stabilità è stata stata annunciata dal Governo come tale.

A dimostrazione che non basta dar nome alle cose perché queste cambino natura.
Nelle scelte recenti l'unica novità di metodo su cui l'Esecutivo ha giustamente puntato in modo deciso è la spending review, affidata al commissario straordinario Carlo Cottarelli. La revisione non ha fatto nemmeno in tempo a partire però che ha subito incontrato un fuoco di sbarramento "amico". Nessuno si era fatto illusioni (tantomeno Cottarelli, profondo conoscitore del Paese e determinato a non farsi scoraggiare) sul fatto che sarebbe stata una passeggiata. Sorprende tuttavia che il sostegno politico del Governo si sia in così poco tempo ridotto rispetto alle aspettative.

Perfino dal ministero dell'Economia, dove Cottarelli ha l'ufficio, qualcuno ha sollevato dubbi che i risparmi di spesa indicati sarebbero stati conseguiti. Fingendo di non capire che non si tratta tanto di ragionare sui numeri, quanto di dimostrare fiducia in modo compatto e coerente. Quella fiducia che Carlo Azeglio Ciampi aveva saputo coagulare attorno al progetto dell'ingresso nell'euro e che era stata un ingrediente cruciale del successo. Chi allora c'era, non ha imparato quella preziosa lezione.

La legge di stabilità, come detto, non solo non è migliorata nelle aule del Senato, ma ha perso ulteriore mordente. Molti degli emendamenti approvati hanno chiare vocazioni elettoralistiche: sono stati accolti, infatti, quelli che beneficiano il consenso delle urne, anziché quelli che avrebbero potuto migliorare la competitività del Paese. Di questi ultimi, sono rimaste solo le coperture, peraltro, prontamente dirottate su altri fini.
Un caso esemplare è quello delle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni. Il loro numero supera oramai le 7.700 unità. Con oneri per i contribuenti che nel 2012 hanno sfiorato i 23 miliardi.

Perché queste società esistono? In alcuni, rari, casi hanno finalità virtuose: mettere insieme le forze per gestire alcuni servizi da parte di enti territoriali e in questo modo essere più efficienti ed efficaci. Se si guarda però ai settori di attività risulta che una grandissima parte opera in ambiti diversi da quelli di utilità generale: dall'affittacamere all'allevamento di animali, dai servizi informatici alle attività sportive, dal commercio di vari prodotti alla lavorazione del legno, ad attività industriali di vario genere. La sintesi è che queste attività improprie per una pubblica amministrazione assorbono 11 miliardi l'anno di oneri sborsati dai contribuenti. Due volte e mezzo il costo dell'abolizione dell'Imu sulla prima casa.

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