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Questo articolo è stato pubblicato il 22 dicembre 2013 alle ore 08:49.

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Poco prima di Babati in Tanzania, la strada è rossa, sterrata e impossibile, è così da 600 km, all'improvviso il deragliatore si accartoccia all'insù. È rotto. Mentre mi arrovello inutilmente con brugole e cacciavite sotto il sole cocente, da una scorciatoia escono due donne Masai alte e molto eleganti, parliamo a gesti, mi dicono che devo mangiare. Una delle due mi mostra un sacchetto di plastica con dentro una specie di crema gialla e mi dice di prenderne un po'. Che sia miele? Faccio il verso delle api «bzzz bzzz» simulandone il volo con la mano. Annuiscono. Mostro le mie mani che sono più nere delle loro, non le posso infilare dentro. La donna con il sacchetto in mano mi imbocca. È un miele dolce molto grezzo con anche dei pezzi di cera che mi fa capire che non sono solo.
A dire il vero nei sette stati africani che ho attraversato, «solo» non mi sono mai sentito. Tanta gente sulle strade, molti tifosi spontanei mi hanno accompagnato attraverso Zambia, Malawi, Tanzania, Kenya, Etiopia, Sudan ed Egitto. Ho pedalato per 75 giorni e 8.371 km, ma senza l'aiuto concreto della gente che ho incontrato sarebbe stato molto più complicato realizzare quel sogno, un po' pazzo, di viaggiare in bici da Lusaka a Londra. Arrivare in tempo per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi, con l'obbiettivo di raccogliere fondi per realizzare la scuola che la regina Nkomeshya Mukamambo II ci aveva chiesto per i suoi "figli", i bambini che popolano i villaggi del suo Chieftdom. Alla Sport2build insegniamo, attraverso lo sport, l'importanza del lavoro quotidiano per ottenere risultati, ma sappiamo anche che a volte bisogna avere il coraggio di inseguire i sogni. Certo che nell'era del carbonio inseguire un sogno con una bici di bambù poteva sembrare una follia, ma la Zambikes ce ne ha messa a disposizione una unica nel design e nella cura, con due sfiziosi portapacchi che ispiravano fiducia solo a guardarli. Dall'idea del viaggio alla partenza è passato solo un trimestre, non tutto era pronto ma se si aspetta a partire quando tutto è perfetto non si partirà mai. Così il 15 giugno 2012 mi ritrovo a Chongwe con 200 persone che pregano e cantano per me: spiriti malvagi, banditi e bestie feroci sono avvisati! La bici è lì, pronta, carica di bagagli. Molti si chiedono: arriverà intera a Londra?
All'inizio ho fatto molta fatica: in Zambia e Malawi per i continui saliscendi e il terribile vento contrario, in Tanzania, oltre il solito vento, anche per le piste sterrate e il traffico pericoloso. In Kenya con più di 2mila km nelle gambe ho iniziato a percepire una forma migliore, che mi ha permesso di superare l'Equatore e arrivare alle pendici del Monte Kenya, e soprattutto di scendere con le ossa intatte dal Moyale Express, il pullman scortato che la polizia mi ha costretto a prendere nel Nord per non incappare nei banditi e gli integralisti di Al Shabaab che imperversano nella zona. Entrato in Etiopia da Moyale, subito ho percepito alcune delle peculiarità che la rendono unica. Intanto l'anno, siamo nel 2004, il primo giorno dell'anno è l'11 settembre, i mesi sono 12 di 30 giorni più uno di 5. L'ora parte al sorgere del sole: le sei corrispondono più o meno a mezzogiorno. Poi il cibo injera, ma anche pasta e caffè in abbondanza. Nelle prime tappe ho incontrato molte persone armate, soprattutto verso sera, mi sorridevano sempre come per rassicurarmi. Sono le sentinelle dei Gabra e dei Borana, due tribù nomadi che si muovono tra Kenya ed Etiopia, impegnate da tempo in uno dei tanti conflitti sconosciuti e dimenticati al resto del mondo, per assicurarsi il controllo dei dromedari. Le automobili sono poche, i carretti trainati da asini tantissimi e le bici rare. Il ronzio degli sciami di Bajai, gli Ape-taxi made in India, è il sottofondo sonoro normale delle città. C'è molta pioggia e tanto freddo. Le montagne e i passi senza nome si susseguono all'inifinito fino quasi al confine con il Sudan.
I passi che spesso superano i 3mila metri, non sono annunciati da un cartello verde con scritto «ouvert», o obbligo di catene. In cima non c'è niente, solo la soddisfazione di esserci arrivati e la voglia di fiondarsi giù compensano il ricordo di birra e salamella dello Stelvio. La vegetazione è rigogliosa con tutte le gradazioni del verde, lungo la strada c'è una moltitudine di bambini. Il ferenje, bianco, in bici è un'attrazione troppo forte, tutti accorrono a vedere, alcuni si limitano a un «how are you?», altri spingono la bici sulle salite più pendenti, i più aggressivi ... tirano pietre! Chiedono soldi perché qualche turista glieli ha già dati. I bambini che abitano vicino ai lodge o ai parchi chiedono sempre qualcosa, il contatto con i turisti gli ha tolto quella purezza e curiosità che c'è nei coetanei che incontro nei villaggi rurali dove di turisti ne hanno visti veramente pochi. Come a Hamusit, un villaggio minuscolo dopo Bahir Dar, quando dico alla coppia che mi ha accompagnato nell'albergo senza insegna «Penso di essere uno dei primi ferenje che passa la notte qui». «Noooo ... ce n'è stato un altro a settembre due anni fa!» rispondono. Abbiamo riso per cinque minuti.
Nell'ultima tappa in Etiopia l'altitudine scende e la temperatura si alza. Da Sehedi la strada si appiattisce e sarà così fino al Cairo. Sudan ed Egitto in pieno Ramadan mi hanno accolto nel migliore dei modi. Dal Cairo a Milano io e la bici di bambù abbiamo volato in mezzo a famiglie di emigranti dove i genitori parlavano tra di loro in arabo e i figli in italiano. In Europa, a parte sul Moncenisio e nelle Fiandre francesi, il tifo è scemato. Gioia per l'imminente arrivo e voglia che il viaggio non finisse mai sono state le sensazioni contrastanti che mi hanno accompagnato fino all'Olympic Stadium per la cerimonia di apertura. Lì Stephen Hawking mi ha ricordato di «guardare in alto alle stelle e non giù ai tuoi piedi. Non mollare mai nel lavoro. Il lavoro ti dà un significato e uno scopo e la vita è vuota senza questo. Se sei così fortunato da trovare l'amore, ricordati che c'è e non buttarlo via».

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