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Questo articolo è stato pubblicato il 24 dicembre 2013 alle ore 06:47.

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ROMA
L'ultimo, dopo lo stop di Cremona (fine 2010) e quello, più recente, di Pantano, nei pressi di Roma, è stato l'impianto della Ies a Mantova che si fermerà ufficialmente il 6 gennaio, con 300 dipendenti in uscita dopo l'accordo tra azienda e sindacati per riconvertirlo in un polo logistico. L'ennesima battuta d'arresto per un settore, come quello della raffinazione, che in Italia vive ormai un inesorabile declino.
Certo, al di là dei confini nazionali, ricorda l'Unione Petrolifera nel suo puntuale preconsuntivo, la situazione non sembra più rosea e il Vecchio Continente, davanti alla corsa delle economie emergenti e al rilancio degli Usa, sospinti dallo shale gas, sconta la mancanza di politiche energetiche condivise e l'evidente strabismo rispetto all'impatto che certe scelte hanno avuto sul sistema industriale. Non a caso, solo in Europa, nel 2013 sono stati chiusi impianti per 350mila barili al giorno e si è assistito al cambio di proprietà di raffinerie chiuse o in via di smantellamento a favore di russi, cinesi e indiani.
Nella penisola, però, la contrazione, documenta l'associazione guidata da Alessandro Gilotti, è ancora più accentuata se si considera che sono ormai lontani i tempi d'oro quando, negli anni '70, la capacità produttiva era più del doppio di quella attuale ed erano ben 34 le strutture funzionanti (oggi sono 13). Basta qualche dato per fotografare l'estrema difficoltà del comparto: 71 milioni di tonnellate di lavorazioni nel 2013 (con un calo dell'11,9%), il livello più basso degli ultimi 20 anni e il tasso di utilizzo, sceso dal 78% al 72% di quest'anno, non è destinato a migliorare perché il sistema, malgrado chiusure e sospensioni, resta in over capacity per almeno 30 milioni di tonnellate. Tradotto: altri fermi sono dietro l'angolo. Tanto che Gilotti lancia un allarme: «Le raffinerie italiane sono tutte a rischio chiusura. Non c'è sensibilità a livello governativo su questo tema tranne quando poi una raffineria chiude davvero. La situazione è molto seria, perché nessuna delle nostre raffinerie è in grado di fare un profitto in questo momento e neanche nel breve medio termine».
Le ragioni non vanno solo ricercate nell'assenza, come detto, di una efficace strategia a livello europeo, ma anche in un livello sempre più insostenibile, rammenta il report dei petrolieri, di costi strutturali (a cominciare dal costo dell'energia) e nel persistente calo dei consumi di carburanti. Che, nella penisola, solo nel 2013, sono diminuiti del 5 per cento con una discesa costante dal 2004, l'anno del picco (-8,3 milioni di tonnellate, pari a circa 11 miliardi di litri). A incidere, si legge nel preconsuntivo 2013, è stata soprattutto «la continua crescita della componente fiscale che ha avuto un impatto negativo sui consumi senza alcun vantaggio per l'erario. Nel 2013 il calo del gettito per benzina e gasolio è stimato in oltre un miliardo di euro». Il carico delle tasse, calcolano i petrolieri, al lordo dell'ultimo aumento dell'Iva, è giunto a oltre il 60% sulla benzina e al 56% sul gasolio. Pesano poi, avvertono, le ulteriori addizionali decise da alcune Regioni, con una riduzione dei consumi di benzina in queste aree di 3-4 punti percentuali superiori alla media nazionale. Tanto che, tenendo conto di aliquote territoriali e incrementi decisi dal governo negli ultimi tre anni, l'Italia presenta «il carico fiscale più elevato in Europa, cosa che determina in massima parte la differenza di prezzo con gli altri paesi europei. Uno "stacco fiscale" che si può stimare sui 12 centesimi per la benzina e sui 21 per il gasolio».
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