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Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2014 alle ore 17:01.
L'ultima modifica è del 05 gennaio 2014 alle ore 20:17.

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Il primo ministro iracheno Nouri al Maliki ha promesso di sconfiggere di tutti i gruppi terroristici della provincia di al Anbar, dove un gruppo legato ad al Qaeda si è impadronito della città di Fallujah. «Noi non cederemo finché non avremo eliminato tutti i gruppi terroristici e tratto in salvo il nostro popolo ad al Anbar», ha dichiarato Maliki, in dichiarazioni riprese dalla tv pubblica irachena Iraqiya.

Molto, è propaganda. È infatti di almeno 100 morti nelle ultime 24 ore il bilancio delle ultime 48 ore di scontri tra miliziani filo-governativi e jihadisti, in particolare nelle battaglie di Ramadi e Falluja. In realtà la linea di fuoco si allunga per circa 800 chilometri e segue il lungo corso dell'Eufrate, dal confine siro-turco a nord di Aleppo fino a Falluja, ad appena 60 chilometri da Baghdad. Situazione complicata, quindi.

I combattimenti in corso dal 31 dicembre vedono fronteggiarsi miliziani sunniti sostenuti da combattenti qaedisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) e forze fedeli al premier iracheno sciita Nuri al Maliki.

I membri dell'Isis, acquartierati in campi nelle zone desertiche a ridosso del confine siriano, sono accorsi in massa nei giorni scorsi verso Ramadi, capoluogo di Anbar e hanno poi conquistato il centro di Falluja, issando le bandiere nere di al Qaeda.

Il ministero della Difesa iracheno ha assicurato che «nelle battaglie di Ramadi non è impiegato l'esercito ma solo gruppi tribali locali». Le milizie tribali, cooptate da Baghdad perché compiano il lavoro sporco ed evitino a Maliki di impiegare l'esercito federale (considerato da ambienti sunniti di Anbar una propaggine dell'Iran sciita), circondano la città, rimasta un simbolo della resistenza all'invasione anglo-americana del 2003. In serata si continua a combattere lungo l'autostrada che collega Ramadi a Baghdad e che sfiora Falluja.

Secondo il corrispondente della tv panarabo-saudita al Arabiya, centinaia di famiglie di Anbar sono fuggite verso le regioni vicine relativamente più tranquille.

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