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Questo articolo è stato pubblicato il 27 gennaio 2014 alle ore 10:32.

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Il cuore della rivolta araba batte ancora forte e questa volta al ritmo giusto, quello della democrazia e dell'unità nazionale, e proprio nel posto dove tutto è cominciato, nel gennaio 2011: in Tunisia. Qui ieri sera l'Assemblea ha votato a stragrande maggioranza la nuova Costituzione che garantisce a tutti la cittadinanza e i diritti civili, ai laici e ai religiosi, alle donne e alle minoranze.

Tutti i membri dell'Assemblea costituente si sono alzati in piedi cantando in coro, all'unisono, l'inno nazionale e sventolando la bandiera, hanno poi accantonato divisioni e contrasti scandendo insieme slogan contro la dittatura di Ben Alì: una manifestazione di sentimenti emozionante che dovrebbe scuotere e incoraggiare non solo il mondo arabo ma anche l'Europa.

Nella stessa serata è stato anche annunciato il nuovo Governo guidato dall'ex ministro dell'Industria, Mehdi Jomaa: «Ho scelto i ministri - ha detto - in base a tre criteri: competenza, indipendenza e onestà». Lo aspettiamo alla prova dei fatti in un Paese con gravi problemi economici e di disoccupazione giovanile.

Ma la piccola e in parte dimenticata Tunisia con le sue forze e risorse limitate sta dando prova di volere costruire un Paese differente, nonostante le grandi difficoltà politiche, economiche e sul piano della sicurezza. Qui gli islamici di Ennhada e del suo leader Ghannouchi hanno dato prova di saggezza, al contrario di quanto avvenuto nell'Egitto dei Fratelli Musulmani di Morsi: hanno compreso che in democrazia, pur vincendo nettamente le elezioni, non puoi governare contro la metà del Paese.

Certo la Tunisia è diversa, ha una lunga tradizione secolare cominciata negli anni Cinquanta con Habib Bourghiba, una sorta di Ataturk del Nordafrica, e ricordiamo che l'evoluzione positiva di questi giorni ha avuto anche le sue vittime eccellenti con l'assassinio l'anno scorso di due deputati laici: ma i tunisini hanno trovato comunque il modo di mettersi d'accordo e sia pure faticosamente hanno cercato in questi tre anni un terreno comune, respingendo le tentazioni di cedere alla violenza e all'estremismo. Non è poco: nelle statistiche, impietose, la Tunisia è tra i Paesi poveri ma nella classifica della sponda Sud il suo capitale umano è assai più ricco e promettente dei Paesi che vantano gas e petrolio.

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