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Dossier Zeno Colò, il toscanaccio che inventò la discesa libera moderna

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Dossier | N. 20 articoliOlimpiadi invernali PyeongChang 2018

Zeno Colò, il toscanaccio che inventò la discesa libera moderna

(Ansa)
(Ansa)

Guardando i discesisti moderni che scendono in picchiata esibendo una perfetta posizione a uovo, pochi ricordano che l'inventore di questa tecnica è stato Zeno Colò. Il primo italiano a far capire al mondo che oltre a sole, mare, pizza e mandolino, in Italia c'erano piste da sci e gente capace di scenderle più rapidamente di chiunque altro. La sua posizione, che gli storici dello sci chiamano "a semi-uovo", fu una vera e propria rivoluzione in un circo bianco dove i campioni, di qualsiasi nazionalità, scendevano rigidi come pali della luce. Zeno Colò piegò le ginocchia e proiettò lo sci nell'era moderna.

La sua carriera come quella di altri grandi dello sport di quel periodo (basta ricordare Coppi e Bartali) fu pesantemente condizionata dalla seconda guerra mondiale, che gli tolse anni preziosi nei quali collezionare vittorie. Ma che fosse un predestinato era stato chiaro subito, fin dagli esordi con la Nazionale italiana. Ai mondiali di Cortina, nel 1941, era ancora una giovane riserva: lo fecero scendere come apripista, per disegnare il percorso destinato ai campioni. Il tedesco Josef Jennevein, che vinse l'oro, fece un tempo peggiore del suo.

Del resto, che proprio non ce la facesse ad andare più adagio degli altri lo dimostrò anche a fine carriera, nel 1954: i Mondiali si svolgevano a Helsinki e Colò, colpevole di aver dato il proprio nome a una marca di scarponi, fu pregato dai dirigenti della nostra Federazione di non prendere parte alle gare, in ossequio alle regole del Barone De Coubertin. La Federazione internazionale, da parte sua , non sanzionò mai in modo ufficiale la squalifica. Ma l'invito dei dirigenti fu sufficiente per retrocedere a semplice apripista il più grande sciatore dell'epoca: che, come 13 anni prima, staccò il tempo migliore davanti alla medaglia d'oro, l'austriaco Christian Pravda. La versione ufficiale fu che il tempo di Zeno Colò fosse "solo" il secondo, ma a cose fatte i cronometristi riconobbero che il toscano volante, ancora una volta, era sceso più veloce di tutti.

Tra le due imprese appena ricordate resta una valanga di vittorie: tra queste ricordiamo l'oro nella discesa libera del 1952 a Oslo, che resta ancora oggi l'unica vittoria azzurra alle Olimpiadi nella specialità. Tre ori mondiali, distribuiti tra discesa e slalom, tra i quali spicca quello ottenuto nella sua specialità preferita ad Aspen, in Colorado, nel 1950: il francese James Couttet, con al collo la medaglia d'argento, aveva subito un distacco di oltre due secondi. Un'eternità. Il tutto condito da una ventina di titoli nazionali e vittorie assortite sulle piste di tutto il mondo.

Proprio dopo Aspen rifiutò di restare negli Stati Uniti a insegnare lo sci, e insieme rinunciò anche a un facile ricchezza viste le cifre che gli americani erano disposti a sborsare pur di trattenerlo. Troppo forte il richiamo della sua terra, dell'Abetone, delle sfide olimpiche che ancora lo attendevano.

In tarda età, ormai minato da un grave malattia che lui, accanito fumatore, non aveva potuto evitare come avrebbe fatto con i pali di uno slalom, ricevette dal governo italiano un assegno mensile di qualche centinaio di migliaia di lire in base alla legge Bacchelli. Gli avevano tolto un polmone e lui, che si era sempre mantenuto lavorando come maestro di sci, era costretto a casa. Nell'interrogazione parlamentare che portò al riconoscimento della "pensione" si parlò di "malattia e miseria". Brillante, come nelle lunghe curve di una discesa, Zeno Colò commentò: «Malato sì, nel senso che non posso lavorare come ho sempre fatto, ma la parola miseria mi sembra un po' forte. Sarebbe stato meglio dire in non floride condizione economiche».

Si spense quattro anni dopo, a 73 anni, nel 1993. Alle Olimpiadi di Sochi, guardando i discesisti scendere con le loro perfette posizioni a uovo, mandiamo un pensiero a Zeno Colò: un campione straordinario senza il quale, forse, ancora oggi sulle piste si starebbe dritti come i tronchi degli alberi del suo Abetone.

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