Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 18 febbraio 2014 alle ore 07:40.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 12:08.

My24

Uno dei temi principali all'attenzione di governo è certamente quello della disoccupazione, oggi al 12,7%, ed in particolare quella giovanile che nella fascia tra i 15 ed i 24 anni ha raggiunto il 37,3 per cento. Una spaventosa perdita di capitale umano con gravi e costose conseguenze economiche e sociali per il paese.

Per contrastare questo fenomeno e favorire l'inserimento dei più giovani nel mercato del lavoro le autorità di governo hanno fatto ricorso ad interventi che sostanzialmente si traducono in una riduzione, e per un periodo limitato, del costo di lavoro per le nuove assunzioni a tempo determinato o per la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato. Questi interventi hanno avuto successo? Le rilevazioni statistiche dell'Istat non ci offrono, purtroppo, dati confortanti. Le iniziative a favore dell'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro hanno contribuito solo in minima parte ad attenuare il fenomeno della disoccupazione che, al contrario, negli ultimi anni evidenzia un netto peggioramento.
La crisi recessiva ha certamente reso più difficile il perseguimento degli obiettivi delle politiche governative ma qualche dubbio sorge sulle tipologie di incentivi sin qui attivati. Si ha, infatti, difficoltà a credere che nella situazione di crisi in cui ci troviamo le misure attivate a favore dell'occupazione dei giovani (riduzione dello stipendio mensile lordo, tirocini formativi in azienda, bonus assunzioni giovani, contratti di apprendistato ecc.) possano dare risultati diversi da quelli che hanno portato il nostro paese ad avere un tasso di disoccupazione dei giovani tra i più alti in Europa.

Esistono altre misure per ridurre la disoccupazione giovanile anche in una situazione di recessione interna e di rallentamento della crescita economica a livello globale? La risposta è si. Nel settore manifatturiero, dove la competitività dell'Italia in ambito europeo è seconda solo a quella della Germania, le imprese che hanno avuto negli ultimi anni risultati più positivi, rispetto alla media, in termini di produttività, livelli retributivi e profitti sono quelle che hanno maggiormente innovato e che si sono aperte verso nuovi mercati di sbocco. Dunque, la crescita, si è verificata ma solo per le aziende che hanno investito in nuove tecnologie e nell'internazionalizzazione delle loro attività produttive. È evidente che questo percorso non è accessibile a tutte le imprese, ma è altrettanto vero che sono numerose le aziende, anche di minore dimensione, che dispongono di prodotti e tecnologie adeguate ma che non sfruttano (o sfruttano poco) queste opportunità perché operare sui mercati esteri richiede un cambiamento radicale del "come" fare impresa. Negli anni più recenti lo sviluppo dei mercati globali, ed il commercio internazionale in particolare, sono stati interessati da trasformazioni che hanno ridisegnato completamente ruolo, funzioni e strategie dei sistemi produttivi delle imprese.

Il settore dei servizi ha assunto un peso dominante nella fornitura di beni industriali e commerciali sia nazionali sia esteri; il livello di competitività delle imprese manifatturiere non è più misurato dai prodotti finiti ma dal loro livello di partecipazione nelle catene globali del valore; lo sviluppo di competenze e Know how necessari ad accrescere la competitività delle imprese si formano attraverso percorsi virtuosi di integrazione tra la formazione di qualità dei più giovani (diplomati e laureati) e le esperienze di stage nelle aziende. È da qui che bisogna ripartire se vogliamo evitare che una buona parte degli oltre 300mila laureati (dato 2012) abbandonino la speranza di trovare un posto di lavoro dignitoso, se non trasferendosi all'estero. Ripartire da qui significa ripensare il sistema degli incentivi per l'occupazione dei giovani dando priorità agli interventi che aiutino le imprese a dotarsi di capitale fisico ed umano di alto profilo e coinvolgendo in questa azione le principali istituzioni che operano nei processi formativi, nelle politiche del lavoro e nell'assistenza estera alle imprese. Le risorse per finanziare progetti di questo tipo non mancano. La nuova programmazione dei Fondi Strutturali 2014-2020 potrebbe consentire a tutte le regioni, e non solo a quelle della convergenza, di inserire nei loro programmi operativi interventi che vanno nella direzione qui indicata.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi