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Questo articolo è stato pubblicato il 02 aprile 2014 alle ore 13:51.
L'ultima modifica è del 02 aprile 2014 alle ore 14:20.

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L'inflazione frena, i prestiti diminuiscono, l'offerta di moneta langue. Sono molte le argomentazioni a favore di un nuovo intervento della Banca centrale europea, già da giovedì 3 aprile. Uno, nuovo, è da poco apparso dalle statistiche: il rallentamento delle retribuzioni. Nel quarto trimestre del 2013, sono aumentate dell'1,4%, in frenata dall'1,7% del terzo trimestre.

Aumenta il potere d'acquisto
In sé, potrebbe non essere una cattiva cosa. In fondo se l'inflazione rallenta (la media del periodo è allo 0,8%) e le retribuzioni continuano ad aumentare a un ritmo più elevato, questo significa che il potere d'acquisto delle famiglie sta aumentando. Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, nelle primissime fasi di questo periodo di disinflazione, aveva accennato a questo fenomeno. Poi, però, non ne ha più fatto riferimento.

Una frenata in linea con l'inflazione
Il problema – segnalato da Pernille Bomholdt Nielsen di Den Danske Bank – è che il rallentamento dei salari è parallelo a quello dell'inflazione, e ne è probabilmente una conseguenza. È il fenomeno speculare a quello che accade quando aumentano i prezzi del petrolio: ci sono effetti diretti, effetti secondari su altri beni ed effetti di second-round sui salari, che la Bce teme fortemente (al punto che a luglio 2008, sbagliando, aumentò i tassi di interesse mentre l'economia correva verso la grande recessione).

Il pericolo degli effetti di second-round
Analogamente dovrebbe temerli – spiega Nielsen – ora che i salari frenano soprattutto a causa, ancora una volta, del costo dell'energia. Non a caso uno dei "falchi" del consiglio direttivo, Jens Weidmann, vi ha fatto riferimento: «È mia convinzione – ha detto - che la politica monetaria dovrebbe rispondere a questi fattori (il calo dei prezzi di energia e alimentari, ndr), sono in caso di effetti di second-round».

Aspettative di inflazione in tensione
Questi effetti di second-round, ora, sono qui. «La frenata nei salari – spiega Nielsen - mostra in qualche modo che la Bce non può continuare a restare compiacente sulle aspettative di inflazione». La definizione dei salari – aggiunge l'analista – si basa su aspettative di inflazione di breve termine e non di lungo termine. Se queste ultime, come Draghi spesso ripete, sono ancorate all'1,9% ("sotto, ma vicino al 2%", come vuole l'obiettivo della Bce), quelle di breve e di medio termine puntano ormai molto più in basso. E, conclude Nielsen, «il Fondo monetario internazionale ha sottolineato che può essere pericoloso usare le aspettative di inflazione di lungo periodo»: in Giappone non hanno mai indicato deflazione, ma la deflazione c'è stata, e come.

Un rischio per l'Italia
Alle analisi di Nielsen si può anche aggiungere che questa frenata dei salari, diseguale, rende ancora più difficile il riequilibrio di Eurolandia e, in particolare, quelli del nostro paese. La situazione dell'Unione richiede prezzi e salari più lenti nei paesi in difficoltà e più veloci in quelli in ripresa. La frenata dei compensi ha visto, invece, la crescita dei salari italiani diventare più rapida di quella media (+1,5% nel quarto trimestre, contro l'1,4% di quella di Eurolandia), da più lenta che era dal primo trimestre 2011 fino al terzo del 2013. Resta meno rapida di quella registrata in Germania (+1,8% a fine 2013, +2,1% nel terzo trimestre), ma è diventata per esempio più veloce di quella registrata in Francia.

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