Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 05 aprile 2014 alle ore 08:11.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 14:56.

My24

L'annuncio della Bce di essere pronta a immettere grandi quantità di credito nell'economia europea rappresenta un'opportunità vitale per l'economia italiana, ma pone anche il governo, le banche e le imprese, di fronte alla necessità di accelerare le condizioni per beneficiarne: riforme tempestive e non di facciata, pulizia completa dei bilanci bancari, ricapitalizzazioni e progetti d'investimento.

Prima di entusiasmarsi, infatti, bisognerebbe tener conto del fatto che si tratta del quarto intervento eccezionale eseguito - o annunciato - da Francoforte nel corso di una crisi che non è ancora finita. Dopo il programma di acquisto di titoli del maggio 2010, sono venuti i finanziamenti a lungo termine del dicembre 2011, l'annuncio degli Omt a luglio 2012 e ora l'allentamento quantitativo che probabilmente prenderà forma più avanti nell'anno. È difficile fare previsioni, ma a meno di sorprese, la logica farebbe pensare a una finestra che va dalla conclusione degli stress test bancari nell'ottobre 2014, all'inizio del 2015 quando cresceranno i rischi legati a una possibile restrizione monetaria della Federal Reserve. Entro sei mesi l'economia italiana dovrà essere quindi nelle condizioni di cogliere il treno in partenza da Francoforte. In caso contrario si rischia di vedere una ripetizione dei finanziamenti a lungo termine del 2011 che riuscirono ad oltrepassare i portafogli delle banche solo per raggiungere il mercato dei titoli di Stato, ma non l'economia.
Se l'allentamento quantitativo europeo avesse dimensioni simili a quello recente americano, l'attività economica potrebbe riceverne beneficio sia diretto – si fanno i conti con un programma di acquisto di titoli di emittenti privati che ridurrebbe i rendimenti offerti e alzerebbe i prezzi del capitale - sia indiretto per il calo dell'euro.

Un giornale tedesco sostiene che la Bce prepari acquisti di titoli per 80 miliardi al mese: significherebbe, in proporzione al Pil, oltre 12 miliardi in Italia. Le banche meglio capitalizzate e le imprese esportatrici o quelle pronte a offrire obbligazioni di qualità ne dovrebbero beneficiare di più. Ma non sono tantissime in Italia. In alcuni casi poi si rischiano effetti distorsivi o difficili da valutare, per esempio sulle obbligazioni bancarie e sulle garanzie collaterali. Per questa ragione è necessario che la politica economica contribuisca a creare le condizioni più favorevoli, come previsto dal programma di governo. Se le condizioni di business miglioreranno, le banche non potranno esimersi dal trasferire il credito alle imprese e alle famiglie.

Purtroppo, mentre in tutti gli altri Paesi dell'area euro ci sono sintomi di risveglio, i segnali che vengono dall'economia italiana restano deludenti. La disoccupazione continua a peggiorare e l'impiego delle risorse umane rimane molto inefficiente. Giovedì, Mario Draghi ha lanciato un allarme non consueto per un banchiere centrale europeo, ma ben noto negli studi empirici, sui pericoli di una stagnazione troppo prolungata, nel corso della quale i lavoratori non solo perdono il posto, ma rischiano di finire fuori dal mercato per sempre. Lo stesso avviene per gli investimenti e l'utilizzo degli impianti produttivi che nel nostro Paese hanno subito la caduta più grave. A forza di consolarci con la discesa dello spread sui titoli di Stato, infatti abbiamo dimenticato che il differenziale dei tassi reali per i prestiti alle imprese e alle famiglie rimane molto elevato rispetto a Germania e Francia. Ed è quello il costo del denaro che pesa di più nelle decisioni di consumo e di investimento.
Non si conoscono ancora i dettagli dell'allentamento quantitativo che la Bce starebbe considerando. E sarebbe bene che Francoforte li rendesse più leggibili. Ma quello che è chiaro è che non si tratta di una panacea, una misura ad hoc per gli specifici problemi italiani. Perché lo diventi, il Paese deve aiutare se stesso al massimo entro la fine dell'anno. A 160-170 punti base lo spread è al di sotto di quello che le autorità italiane nel 2012 stimavano normale in assenza della crisi europea.

Ma nessuno è in grado di prevedere ragionevolmente che cosa succederà man mano che ci si avvicina all'inversione della politica monetaria americana. Sappiamo già che si tratta di fenomeni violenti, come vediamo dal trasferimento di capitali dai Paesi emergenti verso l'euro, di cui finora abbiamo beneficiato. Quella che oggi chiamiamo "l'ondata di capitali verso l'Italia», potrebbe cioè anche cambiare direzione.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi