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Questo articolo è stato pubblicato il 06 aprile 2014 alle ore 08:14.

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Ci sono eccezioni alla regola secondo cui fra umanisti e scienziati il dialogo sarebbe fra sordi. Se lo scienziato è uno dei più grandi genetisti viventi, Luca Cavalli-Sforza, e l'umanista è Daniela Padoan, che da anni raccoglie storie delle vittime della Storia, dalle deportate ad Auschwitz alle madri dei desaparecidos argentini, e se fra i due la curiosità è reciproca, ecco che ne risulta un bel libro su un tema che riguarda tutti, quello dell'identità. In italiano la parola «identità» non si declina al plurale, e ne sorgono equivoci. Si finisce infatti per credere che di identità ognuno ne abbia una sola, generalmente radicata in un preciso luogo geografico, cioè quello dove da sempre sarebbero vissuti gli antenati («sangue e suolo», come dicevano i nazisti che di queste cose se ne intendono); e tutto ciò circoscriverebbe un gruppo, un "noi" come lo chiamano gli autori, di persone con la stessa identità, cioè, appunto, identiche. Ma non è vero: ognuno ha passioni, fissazioni e interessi diversi, cioè molteplici identità (attenzione: plurale) e ci aveva già pensato Amartya Sen, in Identità e violenza (Laterza), a metterci in guardia contro queste micidiali semplificazioni. Qui gli autori ragionano insieme su come le vicende dell'evoluzione biologica abbiano plasmato le strutture sociali, e così passano criticamente in rassegna i concetti di umano, razza, gruppo dominante. Operazione complessa, perché magari abbiamo letto da qualche parte che siamo tutti immigrati africani, e prima ancora tutti ominidi, ma le conseguenze di queste comuni origini non sono né intuitive né banali.
I passaggi più stimolanti del libro sono quelli in cui emergono le diverse sensibilità dei due autori: per esempio quando Cavalli-Sforza si dimostra più interessato alla descrizione (meglio: narrazione) dei fenomeni e Padoan lo esorta a ricavarne giudizi di valore. E ancora: per poter funzionare, la scienza ha bisogno di nominare le cose, di categorizzarle, constata Cavalli-Sforza. Vero, però queste etichette inchiodano la complessità del reale in schemi illusoriamente semplici, in dicotomie di cui può sfuggire l'inevitabile tasso di arbitrarietà, obietta Padoan. Possiamo distinguere pelle scura e pelle chiara, ma nella realtà le sfumature sono moltissime; e anche il limite fra chi è "noi" e chi non lo è si è indebolito, oggi che lo studio del Dna suggerisce possibili ibridazioni fra quelle che in paddato ci sembravano specie diverse, per esempio noi e i Neandertal.
Meglio prendersela calma quando si apre questo libro: ci vuole tempo per apprezzarlo. Non è un trattato organico quanto una raccolta di divagazioni. Come in ogni conversazione, gli argomenti si accavallano, e capita che ritornino in capitoli diversi, oppure che l'intervistato vesta per un po' i panni dell'intervistatore. Ma così gli autori riescono a spingersi in ambiti molto vasti e a trovare sorprendenti connessioni. Per rendersene conto basta dare un'occhiata alle note a piè di pagina: si va da Montaigne a Jeremy Rifkin, da Platone e Gadda a Jared Diamond (con qualche carenza sul versante scientifico, se proprio vogliamo essere pignoli). Anche senza volerlo, si finisce perciò per constatare che il sapere umano è uno nonostante le etichette disciplinari a cui siamo assuefatti, che i pigmei hanno qualcosa da insegnarci su Facebook, e che fra Leopardi e l'etologia i rapporti sono più stretti di quanto non si pensi.
Detto questo, è chiaro che non si possono trarre norme di comportamento dallo studio degli altri mammiferi, come Luca Cavalli-Sforza ci ricorda in un passaggio memorabile. Sapere da dove veniamo è interessante di per sé e ci aiuta a capire perché siamo arrivati dove siamo arrivati, ma i responsabili delle nostre scelte siamo noi, non l'animale da cui ci siamo evoluti. La violenza verso i propri simili e l'infanticidio sono diffusi nel mondo animale, cioè non sono innaturali, ma lo sono anche molte forme di comportamento altruistico. Insomma: nei nostri geni sono iscritte le nostre potenzialità, e sono tante; quali poi svilupperemo dipende da noi. E quindi vale la pena studiare le vite sessuali dei primati, ma non illudiamoci che così potremo stabilire ciò che va bene per noi: come noi, i primati possono essere monogami i poligami, omo o etero-sessuali, amanti fantasiosi o ripetitivi; inutile tirare Darwin per la giacca, non saranno le sue geniali intuizioni sul nostro passato a darci la direzione verso cui procedere in futuro.
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Luigi Luca Cavalli Sforza, Daniela Padoan, Razzismo e noismo, Einaudi, Torino, pagg. 250, € 19,00

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