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Questo articolo è stato pubblicato il 03 maggio 2014 alle ore 08:12.

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Sei mesi. Questo è quanto tempo abbiamo per evitare il rischio di trovarsi con un'altra Somalia alle porte di casa.
Mentre il resto dell'Europa e gli Stati Uniti sono concentrati sull'Ucraina, per l'Italia l'emergenza geopolitica del momento si chiama Libia. È lì che, nel relativo disinteresse dei nostri alleati, si sta giocando una partita decisiva. Ma non solo per il futuro del nostro Paese. Anche per la stabilità dell'intero continente europeo.
È quella la preoccupazione principale del senatore Marco Minniti, sottosegretario di Stato per la sicurezza della Repubblica. «Ogni mattina inizio la mia giornata pensando alla Libia» dice al Sole 24 Ore, non esitando a rivelare di essere «molto preoccupato».
La stessa crisi ucraina, che viene al secondo posto nell'elenco delle sue priorità, non ha fatto che accentuare la preoccupazione per la Libia. Perché con l'Ucraina a rischio, il collasso del sistema produttivo di greggio e gas libico potrebbe avere un impatto drammatico sul nostro Paese.
Ma non si parla solo di rifornimenti energetici. La Libia è al cuore anche delle altre due grandi partite strategiche del momento: la minaccia terroristica jihadista e la pressione demografica extracomunitaria.
Secondo Minniti le milizie islamiche libiche sono infatti uno dei fattori principali del clima di disgregazione istituzionale che ha pesantemente degradato la sicurezza e la stabilità della ex Jamahiriyya di Gheddafi. E attraverso la Libia passa oggi il 93% dell'immigrazione clandestina che si riversa sull'Italia.
«Siamo a un passaggio cruciale», dice. «Perché lo stallo politico-istituzionale e quello dell'industria energetica stanno spingendo il Paese verso uno stato di frantumazione politica e sociale».
I numeri che cita il sottosegretario fanno paura. La produzione giornaliera del petrolio è meno di un sesto di quella prevista, e tra gas e greggio dai 4 miliardi di euro al mese di ricavi energetici del primo semestre 2013 si è scesi ai 200 milioni di oggi. Quello che resta dello Stato libico sta conseguentemente finendo i fondi necessari a sostenere i costi di una società storicamente molto assistita. E questo sta mettendo sempre più a repentaglio la tenuta territoriale, rafforzando non solo l'atavica tendenza separatista della Cirenaica ma anche le pulsioni centrifughe delle centinaia di clan, tribù e milizie di cui la Libia oggi abbonda.
Minniti ritiene che si sia già in condizioni di allarme rosso. «Occorre assolutamente evitare che la situazione finisca fuori controllo. Altrimenti scatterà un gigantesco effetto domino su tutti e tre fronti - quello energetico, quello della sicurezza dello Stato e quello dell'immigrazione».
Il sottosegretario ritiene si sia ancora in tempo. Purché però si faccia presto. «L'Europa e l'Onu devono riconoscere la situazione di altissima gravità. E creare una cornice internazionale che consenta all'Italia di fare la propria parte» spiega.
Poiché a suo giudizio un intervento militare con forze di interposizione - il cosiddetto peace enforcing - è improponibile «perché sbagliato e impraticabile», occorre innanzitutto nominare un inviato speciale «di altissimo rango» a cui affidare l'arduo compito di avviare un processo di riconciliazione nazionale che riconosca le istanze federaliste della Cirenaica.
In questo contesto, l'Italia, l'Europa e la comunità internazionale dovranno poi impegnarsi maggiormente sia nella riattivazione della macchina produttiva del settore energetico sia nel rafforzamento delle forze di sicurezza attraverso l'assorbimento delle milizie negli apparati statali.
Le due cose sono intrinsecamente legate: se ripartisse l'attività estrattiva il potere centrale avrebbe infatti i fondi per facilitare l'integrazione sia militare sia sociale avviando un circolo virtuoso speculare a quello attuale in cui una cosa aggrava l'altra.
«Non è impossibile. L'ex primo ministro Abdullah al-Thinni è stato a un passo dal riuscirci», sostiene Minniti. Ma al-Thinni non ha trovato il sostegno della comunità internazionale, troppo poco focalizzata sulla Libia. Invece, dice Minniti, «si deve capire che quella libica è una partita strategica decisiva per la sicurezza del Mediterraneo e dell'Europa».
Il problema è che il tempo stringe.
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