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Questo articolo è stato pubblicato il 06 maggio 2014 alle ore 06:37.

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MILANO
La regione, al momento, più instabile, è anche il più importante bacino di consumo e di capacità di acquisto dei prodotti "belli e ben fatti" tra i Paesi emergenti. Con i suoi 144 milioni di abitanti e 26 milioni di "benestanti" concentrati nei grandi centri urbani (Mosca, San Pietroburgo, Urali e area del Volga) la Russia è oggi il principale mercato emergente per il segmento "made in Italy", con tre miliardi di euro di food, moda, accessori e design importati dall'Italia nel 2013, che si stima supereranno i 4,2 nel 2019.
L'intero segmento del "bello e ben fatto" rappresenta oggi un terzo dell'export manifatturiero italiano in Russia (10 anni fa era un quinto) e le vendite, dal 2000 al 2013, sono cresciute in media del 12% l'anno in termini reali. Una dinamica superiore alla media dell'export italiano complessivo nel Paese (8 per cento). «È un mercato vicino geograficamente – ha spiegato Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria – e non lontano culturalmente, con una spiccata sensibilità per le tematiche culturali, storiche e artistiche. Sebbene la presenza italiana in Russia sia già radicata, le opportunità sono ancora ampie». Ma è anche il paradosso di una domanda di consumi forte in un'economia fragile, dove, negli ultimi dieci anni, i primi sono cresciuti il doppio (8%) rispetto al Pil (4,2%), grazie ai maggiori proventi delle materie prime che hanno alimentato soprattutto le spese della fascia più ricca e un aumento dei salari nominali in un mercato del lavoro a più elevata domanda.
Per questo, ha avvertito Paolo Magri, direttore dell'Ispi «nel medio periodo un Paese che non ha un tessuto imprenditoriale, con la concorrenza dello shale gas americano e tensioni geopolitiche su più fronti, potrebbe diventare un rischio».
Ma il vero paradosso, oggi, è che proprio le enormi potenzialità dei consumi sono limitate da un reticolo di dazi e barriere non tariffarie che fanno della Russia uno dei Paesi meno accessibili. I dazi medi vanno dal 6% sull'occhialieria al 10,6% di abbigliamento e calzature, sino al 13,7 dell'alimentare (su cui pesano contingentamenti e obblighi di registrazione alle autorità locali), il 14,7% dell'arredamento (oltre ai limiti sulla formaldeide nelle lavorazioni a livelli inferiori a quelli Ue) e il 20% sull'oreficeria (dove è imprescindibile affidarsi a importatori locali e diffusa la contraffazione).
Di «corruzione doganale e mercato parallelo dei falsi in Russia» ha parlato anche Marta Anzani di Poliform, (121 milioni di fatturato e 582 addetti), mentre per Monica Virgili della Vittorio Virgili calzature (17,5 milioni di fatturato e 65 dipendenti) «gli accordi di licensing con grandi marchi per il mercato russo hanno obbligato l'azienda a riorganizzarsi per l'export». Auspicando che un colpo ai falsi delle calzature all'estero possa darlo anche «la tracciabilità delle importazioni garantita dall'etichetta "made in" quando sarà legge».
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