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Questo articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2014 alle ore 09:25.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 15:37.

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«Sono al lavoro insieme a tutto il Governo per introdurre misure di agevolazione fiscale che rafforzino e attirino l'interesse delle forze economiche del Paese nei confronti del patrimonio culturale». Ieri il ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Dario Franceschini, ha dovuto disertare a Ivrea - per via del Consiglio dei ministri - il diciottesimo convegno nazionale del Fai, ma nel suo messaggio ha scritto - con un linguaggio formale ma inequivocabile - quanto tutti auspicavano: l'impegno a leve fiscali vere, per mobilitare quel capitale privato - nella cultura, nella ricerca e nell'innovazione - in grado di dare una scossa al Paese, alle sue istituzioni culturali e alle sue istituzioni economiche.

Nelle Officine H di Via Jervis, uno dei templi dell'industrialismo italiano novecentesco nella minoritaria versione olivettiana, si è tenuto ieri l'incontro dal titolo "Quale rinascita?", che ha avuto un doppio perno: la tavola rotonda di carattere nazionale, moderata dal direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, e quella dedicata al futuro del Canavese. A fare da congiunzione fra i due momenti l'intervento di Beniamino dé Liguori Carino, nipote di Adriano Olivetti e direttore delle Edizioni di Comunità, tornate in libreria nel gennaio 2012 e presenti sugli scaffali in questi giorni con due classici come La società opulenta di John Kenneth Galbraith e L'Ordine politico delle Comunità, appunto di Adriano.

Nella prima tavola rotonda - intitolata "Quale rinascita per l'Italia?" - il sindaco di Torino, quel Piero Fassino che a metà degli anni 70 era il responsabile fabbriche del Pci nella città della Fiat, ha ricordato l'evoluzione sperimentata dal rapporto fra produzione e cultura, a partire dalla cultura egemonica fordista, ben incarnata dalla Torino della Fiat (e del Partito comunista). «A Torino siamo stati allevati - ha ricordato Fassino - in un industrialismo in cui la cultura aveva un ruolo ancillare. Rappresentava un lusso rispetto alla produzione». Ora le cose sono cambiate. Radicalmente cambiate. A Torino, ma non solo. «Serve un grande patto della cultura - ha detto Fassino - fra le istituzioni e il mondo delle imprese. Condivido il Manifesto della Cultura del Sole 24 Ore.

Considero importante l'appuntamento della terza edizione degli Stati Generali della Cultura, fissato per il prossimo 19 giugno». In qualche maniera la cultura - trasformatasi in un diaframma fra saperi formali e informali, economia e società, locale e globale - diventa l'ossatura identitaria per i così detti territori. I quali, in una globalizzazione che tende a ridurre e a sfumare le matrici nazionali, sono in competizione (ma anche in sinergia) fra loro. Una cultura che deve contemperare la mano pubblica e l'iniziativa privata. Dalla Firenze del Rinascimento alla Milano di Stendhal. Senza il mecenatismo laico ed ecclesiale, l'Italia non sarebbe il Paese della bellezza.

«Lo racconta la nostra storia - ha osservato l'economista Marco Vitale - senza la convergenza fra pubblico e privato non si va da nessuna parte». Una convergenza per cui servono policy adeguate. «Nell'Italia odierna - ha affermato il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano - la convergenza si verificherà quando non ci sarà più soltanto il pubblico. E quando i privati che investiranno in cultura riceveranno un credito fiscale vero». Adesso, nella complessità di un Paese impegnato in una eterna transizione, serve anche un pizzico di utopia. Quasi il sale per provare a sciogliere una quotidianità calcificata e per dissolvere grumi ormai ossificati. «Una utopia concreta - ha chiosato Vitale - proprio come quella di Adriano Olivetti».

La suggestione del pensiero adrianeo - in particolare nel rapporto simbiotico e di scambio fra territorio e fabbrica, sintetizzato nel concetto di comunità - ha naturalmente aleggiato per tutto il convegno del Fai. In qualche maniera, esso sembra fornire degli spunti per la ricerca di una nuova identità nazionale. O, almeno, per la definizione di un nuovo profilo nel rapporto individuo-territorio-mondo. Alberto Magnaghi, presidente della Società dei Territorialisti, ha ricordato l'esistenza, nel Nord-Ovest, di tre modelli: «La Torino della Fiat, in cui il territorio è il mero supporto tecnico della razionalità delle macchine; le Langhe della Ferrero, in cui l'operaio contadino divide la sua vita fra l'azienda e la cascina; il Canavese della Olivetti, in cui sussiste un rapporto dolce e integrato fra territorio e fabbrica».

Nella storia la linea adrianea è una spezzata. In un Paese che soffre di spaesamento - sostantivo usato a più riprese dal presidente del Fai, Andrea Carandini - potrebbe però costituire una opzione che, da culturale, sarebbe in grado di diventare identitaria, se non "politica" in senso alto. Il presidente onorario del Fai, Giulia Maria Mozzoni Crespi, ha ricordato la lunga strada che, a partire da un pranzo a Villar Perosa con Donna Marella e con Gianni Agnelli, in questi venticinque anni ha portato il castello di Masino, a pochi chilometri da Ivrea, a diventare un luogo di bellezza e di ospitalità. Piena di passione, si è chiesta: «E se, in questo, il Canavese fosse un modello per gli altri territori italiani?». L'Italia delle comunità - in senso adrianeo - e l'Italia dei microcosmi - à la Magris, per intenderci - è anche questa.

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