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Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2014 alle ore 08:15.

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Le elezioni del parlamento europeo e la crisi ucraina hanno polarizzato l'attenzione dei media e la riflessione degli analisti in questi ultimi mesi, al punto da farci quasi dimenticare gli effetti della crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008. Intendiamoci bene: la crisi pesa sulle nostre vite e sullo stesso destino dell'Unione Europea come un macigno. E i risultati delle elezioni odierne, probabilmente, lo ricorderanno nel più veemente dei modi... ma se la crisi è «il fantasma che si aggira per l'Europa» di oggi, l'Europa stessa rischia di essere il fantasma che si aggirerà sulla scena politica internazionale di domani. Ha ragione infatti Youngs, quando ricorda che la crisi ha prodotto un vero e proprio «shift nel potere globale», per cui oggi «l'Europa detiene molto meno potere sia in termini relativi che assoluti rispetto al passato», al punto che diventa possibile tracciare una connessione tra «il disordine interno europeo e il rimodellato ordine globale».
Youngs, giovane professore di Relazioni internazionali all'Università di Warwick e autore di numerosi lavori sulla politica internazionale dell'Europa, si pone cinque domande cruciali per valutare l'impatto della crisi sul futuro dell'Unione: fino a che punto la crisi ha rappresentato qualcosa di più di una semplice sfida economica? Quanto essa ha intaccato l'influenza europea nel mondo? Quale politica internazionale è necessaria affinché l'Unione possa perseguire con successo i propri interessi economici? In che misura la crisi ha comportato uno spostamento di potere tra Europa e Asia? E, infine, quanto essa rischia di far vacillare i pilastri del "liberal world order", che dalla fine delle Guerra Fredda si è affermato ben oltre i suoi ristretti e originali confini occidentali?
Si tratta evidentemente di domande tutt'altro che banali o elusive e neppure grondanti quella retorica, quella vera e proprio "euro-teologia" che è stata in grado di far crescere in maniera vertiginosa l'atteggiamento euro-scettico ed euro-insofferente che in questi anni ha messo le ali ai piedi ai movimenti populisti e sciovinisti in tutto il continente. E non sorprenderà che Youngs si dimostri tutto sommato ottimista nelle sue risposte. Nonostante la crisi il modello sociale europeo resta distinto e distinguibile da quello nordamericano o asiatico, le modalità di integrazione sono state adattate ma non abbandonate o stravolte e la Germania, nonostante l'aumento del suo potere si guarda bene dall'esercitarlo in forma apertamente egemonica. Ma nel fornire il suo punto di vista, Youngs, lungo tutto il libro e per ogni questione, presenta e discute l'intero repertorio delle osservazioni più critiche, in questo caso riconoscendo che la questione di come l'Europa possa conciliare "maggiore competitività" e "maggiore legittimità democratica" resta ben lontana dall'essere risolta. Rispetto all'influenza internazionale, se è vero che la Ue ha visto attenuato il suo "power-by-attraction" e il suo "appeal normativo", è altrettanto vero che essa rimane ancora un punto di riferimento oltre i suoi confini (chiedere agli ucraini) e che la stessa crisi ha prodotto anche incrementi di convergenze (oltre che le note divergenze) tra gli Stati membri: e ancora una volta la questione ucraina ha offerto lo spettacolo di una Cancelliera Merkel insolitamente determinata verso la Russia di Putin. La crisi ha però spinto i governi europei e la stessa Ue a una maggiore introversione, e ad applicare più selettivamente i principi dell'apertura dei mercati che essa ha sempre predicato, anche perché in difficoltà di fronte alla crescita asiatica: una crescita malcalcolata da parte europea già ben prima che gli effetti della crisi economica ne accentuassero le dimensioni relative. E questo ovviamente, ha almeno parzialmente indebolito la fede in quel "liberal world order", che forse è stata un po' eccessivamente dogmatica negli anni precedenti.
Nelle pagine finali del suo volume, Youngs argomenta sulla necessità che l'Unione sia in grado di assumere politiche più incisive verso l'esterno se vuole davvero uscire dalla crisi, anche passando attraverso la costruzione di una vera e propria mappa "politica e intellettuale" delle loro conseguenze geostrategiche. Negli anni passati, conclude Youngs l'azione internazionale della Ue è apparsa tanto "prodiga" quanto "imprevidente"; mentre la vera "sfida per la futura politica estera europea sarà quella di riuscire a impiegare le sue più scarse risorse con maggiore precisione" allo scopo di preservare, e ove possibile aumentare, il proprio grado di influenza nel mondo. Un auspicio e insieme una necessità.
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Richard Youngs, The Uncertain Legacy of Crisis. European Foreign Policy Faces the Future, Carnegie Europe, New York, pagg. 168, € 14,96
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Il numero 119 di Lettera Internazionale, che quest'anno compie 30 anni, è in libreria ed è un numero antologico sull'Europa, con pezzi - tra gli altri - di Hans Magnus Enzensberger («L'Europa, giocattolo delle lobbies»), Adam Michnik («Il Marzo polacco e la Primavera di Praga»), Aleš Debeljak («Due Europe senza identità») e Étienne Balibar («Le radici culturali della Costituzione europea»)

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