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Questo articolo è stato pubblicato il 29 maggio 2014 alle ore 10:41.
L'ultima modifica è del 30 maggio 2014 alle ore 08:27.

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È arrivato il momento di costruire un'Italia nuova. Giorgio Squinzi prende il sedicesimo applauso dalla platea, mentre si avvia a concludere il suo discorso all'assemblea annuale di Confindustria. Dalla crisi si può uscire superando le vecchie logiche, facendo ciò che non si è avuto il coraggio di realizzare negli ultimi due decenni. Servono le riforme per agganciare la crescita e Squinzi ripete una sequenza che ha ben chiara: serve la stabilità per fare le riforme, le riforme innescano le crescita, con la crescita viene il lavoro.

Il voto europeo, argomento con cui il presidente di Confindustria ha avviato la relazione, è stato importante, per il «timbro filoeuropeo» e per il mandato popolare al Pd e a Matteo Renzi: «testimonia la voglia di cambiamento del paese». Su questo punto Squinzi ha insistito, prendendosi il primo applauso: «la ragionevolezza degli italiani non ha ceduto di fronte a chi predicava il tanto peggio tanto meglio. Sulla scheda uscita dall'urna c'è scritto: fate le riforme, ne abbiamo bisogno per ricreare lavoro, reddito, coesione sociale. Non deludeteci», ha detto il presidente di Confindustria rivolto ai tanti ministri presenti in prima fila.

Dal governo, ha sottolineato Squinzi, sono venuti incoraggianti segni di rinnovamento: sulla legge elettorale, sulla semplificazione e sulla pubblica amministrazione, sulle riforme istituzionali, sulla legislazione del lavoro. Questa «azione vivace» e il «risultato straordinario» del voto ci fanno sperare, ha detto il presidente di Confindustria, che la stagione delle riforme istituzionali parta per davvero. Il semestre di presidenza italiana deve essere l'occasione per ridurre «gli eccessi di un'austerità applicata in modo asimmetrico». Una politica di bilancio diversa è necessaria nella Ue e in Italia: «serve uno Stato più leggero, più vicino alle imprese».

Ora il governo può agire «con determinazione, con il vento della legittimazione alle spalle. Il voto dà forza politica alle riforme annunciate in questi mesi». Non siamo fuori dalla crisi, ha detto Squinzi, rivendicando il proprio pragmatismo degli ultimi mesi, in cui predicava «calma» a chi diceva che l'Italia era fuori dal tunnel. E in questa sfida della crescita ha esortato anche gli imprenditori a fare la propria parte, ad aumentare la produttività, ad investire in ricerca e innovazione. «Forse non abbiamo fatto abbastanza in passato», ha ammesso il presidente di Confindustria, «dobbiamo farlo oggi», pur in condizioni meno propizie agli investimenti, vista la scarsità di liquidità, cogliendo le opportunità di mercati «che un tempo avremmo pensato impossibili».

Certo, le imprese vanno messe nella condizione di competere: e Squinzi ha preso una raffica di applausi quando ha elencato le lungaggini della burocrazia, i casi in cui asset industriali strategici vengono gestiti di fatto dalla magistratura, in opposizione con il potere legislativo, ha parlato di una «visione pregiudiziale» nei confronti delle imprese e di un «sabotaggio sistematico della crescita».

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