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Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2014 alle ore 06:55.
L'ultima modifica è del 14 agosto 2014 alle ore 21:02.

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(Ansa)(Ansa)

Inaspettata, quella frase «in Italia c'è una situazione drammatica», pronunciata martedi sera nell'intervista a «Millennium» sui Rai3, è arrivata dopo l'incontro avuto con Mario Draghi a casa del presidente della Bce a Città della Pieve. E segna una svolta nel codice di comunicazione (e non solo in quello, come vedremo) del premier Matteo Renzi.

Codice fin qui improntato a un ottimismo sì battagliero (il Paese «non è una macchina sgangherata che non funziona e ha tutto per andare avanti») ma anche a senso unico.
«Situazione drammatica». I numeri sono quelli che sono, e anche ieri, in attesa dei dati di Francia e Germania che indicheranno oggi una nuova gelata continentale, se ne è avuta prova lampante. Bankitalia ha comunicato il nuovo record del debito pubblico a giugno (2.168 miliardi) che in sei mesi è cresciuto di 99,1 miliardi, il che vuol dire 16,5 miliardi ogni 30 giorni. I tecnici prevedevano addirittura qualcosa di più, ma la sostanza del discorso non cambia, soprattutto se osserviamo il dato sulla caduta delle entrate fiscali, -7,7% (3,5 miliardi) a giugno rispetto ad un anno fa. Questa mole enorme di debito - che va finanziato e che in termini di rapporto al Pil è il secondo in Europa alle spalle della Grecia - è la storica palla al piede che fa dell'Italia una sorvegliata, se non speciale come dice Renzi, molto particolare. A Bruxelles e sui mercati finanziari di tutto il mondo, dove le stagioni delle aperture di credito sono sempre più brevi ed avare.

Al maxi-debito aggiungiamo la deflazione e la caduta del Prodotto interno lordo, tre fattori che variamente combinandosi tra loro scaricano i loro effetti nefasti sull'economia reale. Consideriamo le variabili geostrategiche, tutte nel migliore dei casi valutabili all'insegna della massima incertezza. Mettiamo in conto la crescita fin qui irrefrenabile della spesa pubblica (oggi supera gli 820 miliardi, abbiamo messo in Costituzione l'"equilibrio" di bilancio, ma non il tetto alla pressione fiscale, che continua a rincorrere le spese), le resistenze di una burocrazia auto-referente, i ritardi atavici sul fronte della giustizia civile (che collocano l'Italia in posizione imbarazzante nelle classifiche internazionali), le rigidità e le astrusità del mercato del lavoro sul quale pesa il rinvio del Jobs Act calendarizzato per fine anno, le riforme inceppate dal blocco dei decreti attuativi. Insomma, valutiamo tutto questo (ma l'elenco sarebbe lunghissimo) e otteniamo una situazione potenzialmente esplosiva, e comunque sempre sul filo del rasoio di valutazioni - delle agenzie di rating, degli investitori internazionali - che da un minuto all'altro possono peggiorare.
«Va tutto bene», ha assicurato ieri il premier prima dell'incontro con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con cui ha discusso delle prossime mosse del suo Governo.

Tuttavia qualcosa è cambiato da martedi quando, dopo due ore di confronto con Draghi su riforme e "sovranità" dell'Italia, Renzi è risalito sull'elicottero che dal campetto di calcio di Po' Bandino, frazione di Città della Pieve, l'ha riportato a Roma. Martedì sera Renzi ha appunto parlato di «situazione drammatica». Una svolta non solo lessicale.
In pratica, è già in corso la riscrittura dell'agenda di politica economica in vista della nota di variazione a settembre del documento di economia e finanza (Def) e dell'approvazione della Legge di Stabilità il 15 di ottobre che verrà contemporaneamente trasmessa alla Commissione europea, che un mese dopo avanzerà le sue osservazioni. Ci saranno tagli della spesa per 16 miliardi e sono nella fase di approfondimento le ipotesi di una rasoiata allo stock del debito con la creazione di un fondo cui conferire beni immobili e forse anche asset mobiliari.

È chiaro che si ragiona in un contesto di rafforzamento delle misure che deve tenere conto dell'arretramento del Pil pur tenendo fermo («parametro anacronistico», lo definiva Renzi a dicembre 2013 auspicando un «nuovo e credibile sistema di vincoli») il tetto del 3% del rapporto tra deficit e Pil.
Il sentiero è così strettissimo e il premier che oggi è alla guida della presidenza del semestre europeo si trova ad agire in un contesto radicalmente diverso da quello che aveva immaginato. «Giocatore d'azzardo con una grande fretta», lo definì l'Economist a marzo scorso. Ecco, è arrivato il tempo di mettere tutta la "posta" riformista sul piatto.

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