Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 07 ottobre 2014 alle ore 06:38.

My24

«Se un partito conquista oltre il 40% di voti non può che essere un partito che attrae trasversalmente tutti i gruppi sociali. Voglio dire che è molto diverso da un partito del 25% ed è questa la novità, che il Pd di Renzi è diventato un partito cosiddetto "pigliatutto"». Marco Maraffi, professore di sociologia all'Università di Milano, tra i fondatori di Itanes, ha sotto gli occhi i numeri dell'exploit del Pd renziano del maggio 2014 e li confronta con i voti del 2013, con le dovute cautele che racconteremo. Ma per andare subito alla novità di questo 40,8% quello che appare evidente è l'avvicinamento di tutta una fascia – artigiani, commercianti, imprenditori e professionisti – che prima si tenevano ben lontani dal recinto del centro-sinistra. Insomma, in questo nuovo assetto da partito "pigliatutto", il picco di consensi arriva dalla piccola e media borgesia. «Diciamo che c'è un più 50% circa di voti tra gli artigiani e commercianti, un 20% circa in più da imprenditori e liberi professionisti: è questo il salto in avanti molto forte e più nuovo. Ma come le dicevo all'inizio un partito del 40% copre varie fasce, per esempio gli operai passano dal 20 al 40% di consensi e i disoccupati dal 15% vanno sopra al 40%». In pratica il Pd renziano pesca in tutti i settori, è come se una larga fascia di cittadini si fosse affacciata alla finestra per guardare questo "nuovo" partito – e sopratutto questo nuovo leader – e ora aspettasse la verifica dei fatti.
Parliamo di ordini di grandezza perché – come spiega Maraffi – i dati presentati provengono da un'indagine "panel", realizzata con metodo CAWI, cioè con interviste via web. Si tratta di un'indagine post-elettorale delle politiche 2013 basata su 3.008 casi (risposte valide 77,6%) e di un'indagine post-elettorale delle europee 2014 basata su 3.026 casi (risposte valide 72,8%), stime rielaborate sulla base dei risultati elettorali reali (% su voti validi). Fatte le opportune precisazioni sull'indagine, vale la pena approfondire come sono cambiati i riferimenti culturali e socio-economici di un partito che dal 25% è passato a oltre il 40 per cento. «Renzi è riuscito a impadronirsi di temi che sono tipici di un elettorato moderato. Ma, per il momento, si tratta solo di un'apertura di credito, innanzitutto perché si è votato a maggio e il premier era da poco a Palazzo Chigi; e poi perché si tratta di un'elezione europea e quindi con una valenza diversa da un voto politico». Non solo, l'altro elemento è quell'assenza di avversari – che resta – e che ha avuto un ruolo. «Sono infatti convinto che i consensi in più sono arrivati dalla presa d'atto, da parte di molti elettori, della sterilità della proposta dei 5Stelle e di Scelta civica. Il recupero di gran parte del voto giovanile, per esempio, viene dal voto "grillino" così come il consenso di liberi professionisti e dirigenti che avevano votato per Scelta civica».
Sta di fatto che i temi che hanno avvicinato molti nuovi elettori hanno molto a che fare con ciò di cui si discute oggi: la riforma del mercato del lavoro, il rapporto con il sindacato, il taglio ai privilegi, il tetto agli stipendi pubblici, la riforma del Senato e della pubblica amministrazione. Riforme messe in cantiere ma non ancora attuate. Riforme in ballo in queste ore come quella del Jobs act (e articolo 18) di cui oggi il premier discuterà con le parti sociali. Ecco, tra lavoro e legge di stabilità si gioca un test cruciale, quello in cui il consenso si radica o si dissolve. Ed è un passaggio scivoloso perché fatto in tempi di crisi economica: c'è poco da distribuire, al di là degli 80 euro, mentre le scelte sul Tfr diventano assai delicate proprio per quella fascia – piccole imprese – che più di tutte ha scommesso sul Pd renziano. Il Tfr ha infatti due lati: oltre ai lavoratori coinvolge proprio le piccole imprese che sono contrarie a dare i soldi accantonati per il Tfr in un momento di stretta sul credito. Così come il jobs act nel suo complesso, dalla modifica dell'articolo 18 ai nuovi ammortizzatori, coinvolge quei disoccupati che pure hanno scommesso sul Pd renziano.
A sinistra, invece, sembra che Renzi abbia già perso. Perché questo partito "catch-all" non ha affascinato gli insegnanti né "le altre partite Iva". «Diciamo che gli insegnanti, prevalantemente donne e molto istruite, in media sono sbilanciate a sinistra e nel 2014 il consenso per il Pd non è aumentato. Così come è sceso quello delle partite Iva e co.co.pro». Eppure il premier continua a guardare a sinistra, magari a quell'area di dipendenti pubblici e privati che pure hanno aumentato i consensi verso il Pd 2014: va in questa direzione la conferma degli 80 euro ma anche la rinuncia a fare quei tagli – inizialmente cifrati sui 16-20 miliardi – ma che adesso, dalle attuali bozze, sembrano ridotti a 5-8 miliardi.
Resta invece ancora senza riscontri attendibili quella mobilità da destra a sinistra, dai berlusconiani ai renziani. «Ritengo più probabile che i voti del centro-destra nel 2014 siano finiti in larga misura nell'astensionismo. Ma è adesso il momento della verifica e Renzi, con il suo 40%, ha in mano una carta che scotta perché è molto complicato anche solo avvicinarsi al livello di aspettative che ha creato». Insomma, la scommessa di essere diventati un partito "pigliatutto" si vince o si perde con le prossime scelte. Ma Maraffi è netto: «Se non c'è ripresa economica questo consenso non tiene. È dunque più conveniente e opportuno per Renzi avere davanti due o tre anni di tempo».

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi