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Questo articolo è stato pubblicato il 11 novembre 2014 alle ore 15:48.
L'ultima modifica è del 11 novembre 2014 alle ore 16:05.

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Guardie di frontiera ostili, nessuna informazione per l'assistenza legale, domande d'asilo rifiutate, nottate in aeroporto in strutture per l'accoglienza temporanea fatiscenti o inesistenti. Queste alcune delle condizioni che si trovano a fronteggiare i richiedenti asilo e le vittime per tratta alle frontiere secondo il rapporto dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra). La ricerca è stata condotta presso cinque aeroporti: Fiumicino in Italia, Manchester in Inghilterra, Charles De Gaulle in Francia, Francoforte in Germania e Schipol nei Paesi Bassi.

Mentre via terra i valichi di frontiera presi in considerazione sono Tarajai e Ceuta tra la Spagna e il Marocco, Kapitan Andreevo tra la Bulgaria e la Turchia, Kipi tra la Grecia e la Turchia, Medyka tra la Polonia e l'Ucraina, Roszke tra l'Ungheria e la Serbia e Vysne Nemecke tra la Slovacchia e l'Ucraina.

A Fiumicino le persone in attesa di riprendere il volo di ritorno o di ulteriori controlli sono costrette a dormire sulle sedie nell'area di transito senza coperte, ci sono solo due stanze ciascuna con due divani per le famiglie o per i gruppi numerosi, senza finestre e non sufficienti per il numero di persone ospitanti in genere.

Oltre 41% delle guardie di frontiera, secondo i dati raccolti, non interagisce con i passeggeri di paesi terzi durante il primo controllo e in gran parte dei casi non si fanno adeguati controlli sui motivi che stanno dietro alla presentazione di un passaporto falso o alla mancanza di un qualsiasi documento.

Gli addetti ai punti di controllo, nel 63%, dei casi, non prende in considerazione che sì possa trattare di vittime di traffico umano o possibili rifugiati. Inoltre due guardie su tre hanno affermato di non avviare una procedura per la richiesta d'asilo neanche quando il viaggiatore dichiara che la propria vita e la propria libertà sarebbero in pericolo se rimpatriato.

Per richiedere protezione internazionale è sufficiente l'esprimere paura per la propria vita in caso di ritorno nel paese di origine, ma circa il 19% dei controllori alle frontiere non ha seguito questo approccio. «Le frontiere dell'Ue sono il primo punto di contatto con il mondo esterno. È qui che inizia l'obbligo di rispettare i diritti fondamentali dell'Ue» afferma il direttore della Fra, Morten Kjaerum.

Anche la formazione al riguardo non è adeguata: solo il 22% delle guardie ha ricevuto una guida per l'individuazione di possibili vittime e richiedenti asilo. Comportamenti gravi e irrispettosi sono stati spesso segnalati nei confronti dei viaggiatori provenienti da paesi terzi e non sempre i passeggeri vengono informati dei propri diritti. Ancora più precaria e vulnerabile la condizione dei minori che viaggiano da soli e spesso non conoscono le lingue, sempre in agguato il pericolo di traffico di organi.

Per il futuro, secondo l'Agenzia dei diritti fondamentali Ue, si tratta, innanzitutto, di provvedere a corsi di formazione adeguata per le persone predisposte ai controlli di confine Ue, supervisionare che non vi siano comportamenti ostili verso i viaggiatori di paesi terzi, che le informazioni siano tempestive e adeguate anche riguardo ai propri diritti. Ma anche che le strutture di accoglienza, in cui attendono per ore o per giorni le persone a cui è stato negato l'accesso al paese europeo, siano in grado di soddisfare le necessità fondamentali quali anche la distribuzione di acqua e cibo.

«Qualsiasi azione intrapresa dall'Ue per contribuire alla gestione delle proprie frontiere esterne deve rispettare i diritti fondamentali. Fare in modo che questi ultimi facciano parte delle valutazioni Schengen per il controllo di frontiera, costituisce già un passo avanti nella giusta direzione. I problemi di sicurezza non devono ostacolare il rispetto dei diritti fondamentali che devono rappresentare il nucleo della gestione moderna e integrata delle frontiere» conclude Kjaerum.

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