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Questo articolo è stato pubblicato il 18 novembre 2014 alle ore 06:40.

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A pochi giorni dalla scadenza di lunedì prossimo del negoziato di Vienna sul nucleare iraniano si moltiplicano notizie e indiscrezioni: l'ultima è la conferma da parte di Teheran della lettera di Barack Obama alla Guida Suprema Alì Khamenei, di cui per altro sapevano già insieme alle altre missive inviate negli scorsi anni dalla Casa Bianca ai vertici della repubblica islamica. Mentre a Vienna i diplomatici dicono che il lavoro è finito «al 95 per cento». Qual è il motivo di questa frenesia mediatica?
La ragione è che fino a poche settimane fa sembrava ancora possibile un rinvio per un'intesa definitiva come era già accaduto il 20 luglio scorso. Ma oggi rimandare non è più possibile perché la guerra nel cuore del Medio Oriente sta mettendo tutti con le spalle al muro. C'è il problema della battaglia contro il Califfato, dove l'Iran è impegnato direttamente sul campo contro lo Stato Islamico, ma soprattutto si profila un rimescolamento dei rapporti di forza a livello internazionale che coinvolge oltre agli stati arabi e musulmani, la Russia e l'Europa.
Questo non significa che ci sarà un accordo ma che l'opzione del rinvio è sempre meno sostenibile: quindi o si firma un'intesa (con tutte le problematiche legate alla sostanza, alla durata, alla reale consistenza della rimozione delle sanzioni) oppure si va verso il fallimento, un'alternativa già contemplata sia da Israele che dalle monarchie del Golfo ma anche da alcuni Stati europei come la Francia che nell'escalation della tensione vedono un'ottima occasione per incrementare le vendite di armi in Medio Oriente. «I legami con gli arabi del Golfo sono molto più importanti per la nostra economia e l'occupazione di quelli con l'Iran», ha appena dichiarato il ministro francese degli Esteri Laurent Fabius.
In tempi di crisi i petrodollari possono comprarsi, a scelta, la sorte dell'Iran, quella di Assad in Siria o del Califfato sunnita: così oggi stanno le cose.
Azzoppato dal risultato delle elezioni di midterm, il presidente americano è sotto pressione sia dei "falchi" del Congresso che dei suoi alleati, dall'Arabia Saudita a Israele. La Casa Bianca appare nel mirino quanto il presidente iraniano Hassan Rohani, tenuto sotto stretta osservazione dall'ala dura dei Pasdaran, la cui sopravvivenza politica è comunque legata a un accordo che sollevi l'Iran dalle sanzioni. Se fallisce, il dossier nucleare passa dal governo ai falchi e non rivedremo più con frequenza il gioviale ministro degli Esteri Javad Zarif.
Obama, Rohani e Khamenei stanno vivendo storie parallele che tra qualche giorno si incroceranno a Vienna. È nelle condizioni Obama di offrire un accordo attraente, che lasci a Teheran una vittoria di immagine sulle centrifughe nucleari e anche la rimozione di sanzioni ed embargo? La Casa Bianca può fare soltanto concessioni temporanee e parziali. Allo stesso tempo il pragmatico Rohani, la cui elezione nel giugno del 2013 è stata salutata con entusiasmo, non può firmare un accordo sgradito ai falchi iraniani: la commissione del Parlamento di Teheran sul nucleare ha già bollato le proposte Usa come «indecenti».
Ma il parere dei Parlamentari conta fino a un certo punto. Chi decide è la Guida Suprema Khamenei, ultima istanza nella repubblica degli ayatollah, circondato da organi istituzionali, come il Consiglio di Sicurezza, e da un folto gruppo di esponenti dell'ala dura. I militari, gli alti gradi dei Pasdaran, avranno un ruolo importante nell'influenzare le decisioni della Guida: sono loro che conducono la guerra al Califfato in Iraq e che possono valutare se oggi conviene un'intesa con l'America e la comunità internazionale rappresentata nel Cinque più Uno (il Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania).
Ma alla fine, siccome qualunque accordo può essere ottimo o scontentare tutti a seconda dei punti di vista, saranno Obama e Khamenei a decidere. Il presidente americano sa che se firma un accordo dovrà difenderlo davanti a Israele, ai sauditi e alle monarchie del Golfo. Ne avrà il coraggio e la forza? Khamenei a sua volta dovrà fare come l'Imam Khomeini quando nel 1988 diede il suo assenso alla tregua nella guerra con l'Iraq: «Beviamo l'amaro calice», disse allora il fondatore della rivoluzione. Non vinse la guerra ma la repubblica islamica sopravvisse al suo arcinemico Saddam.
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DOSSIER NUCLEARE ALL'ULTIMO MIGLIO
Un confronto lungo 12 anni
È iniziata una settimana decisiva per i negoziati fra l'Iran e i Paesi del gruppo 5+1 sul controverso programma nucleare di Teheran. Le trattative che iniziano oggi a Vienna puntano a un'intesa in vista del 24 novembre: giorno scelto anche perché segna un anno esatto dall'accordo preliminare raggiunto a Ginevra nel 2013 con l'obiettivo di trasformarlo in definitivo, e chiudere una disputa che si trascina da almeno 12 anni. Si tratta di garantire che il programma atomico iraniano resti pacifico e non punti alla bomba atomica. L'11 novembre scorso, la russa Rosatom di Serghej Kiriyenko ha stretto un accordo con Teheran per la costruzione di due nuovi reattori in Iran.

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