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Questo articolo è stato pubblicato il 19 novembre 2014 alle ore 07:36.

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Tra fine gennaio e metà febbraio, se la tabella di marcia ribadita ieri da Giuliano Poletti sarà rispettata, tutti coloro che verranno assunti con il nuovo contratto a tutele crescenti potranno essere licenziati per motivi economici (crisi o riorganizzazione aziendale) senza più il rischio per l'imprenditore di una riassunzione in caso di impugnazione giudiziaria.

Se il licenziamento andasse in contenzioso è previsto un indennizzo economico pari a 1,5 mensilità per ogni anno di lavoro del dipendente, con un tetto massimo di 36 mensilità. In caso invece di accordo tra le parti l'indennizzo non sarà superiore a una mensilità per ogni anno di lavoro, fino a un tetto di 24 mensilità. La possibilità di reintegro sarà limitata ai soli licenziamenti giudicati nulli perché discriminatori o per specifiche fattispecie disciplinari che verranno definite nel primo decreto attuativo del Jobs Act. Ancora, in caso di impugnazione le nuove regole prevedono termini certi e, c'è da immaginare, più brevi di quelli attuali.
Eccolo il passo avanti che la maggioranza degli operatori aspettava dai tempi della riforma Fornero, la quale pure aveva dato il suo primo colpo di lima all'articolo 18 dello Statuto e rilanciato procedure di conciliazione che un po' hanno contribuito a ridurre il contenzioso. Ora però si va decisamente oltre. Si va verso quella certezza di costi, del diritto e, si spera, di tempi dell'eventuale ricorso che ancora mancavano ai licenziamenti italiani. Un ritardo che tra poche settimane non ci sarà più. E con questo ritardo scomparirà pure quell'«effetto soglia» dei 15 dipendenti che secondo una lunga tradizione analitica sarebbe tra le cause del nanismo delle imprese nazionali. Il nuovo contratto a tutele crescenti sarà infatti uguale per tutti e dovrà avere in ogni ambito la medesima forza di attrazione, nelle micro-imprese e nelle grandi multinazionali.

Il secondo passo della strategia messa in campo dal Governo Renzi per sbloccare il nostro mercato del lavoro conterà su una spinta propulsiva che il decreto 78 di marzo non ebbe. La liberalizzazione dei contratti a termine non venne sostenuta da agevolazioni che invece ora ci sono e sono pesanti. Tutte le nuove assunzione a tempo indeterminato del 2015 (escluse quelle di chi nei sei mesi precedenti al nuovo contratto ne aveva già uno a tempo indeterminato) potranno godere per 36 mesi del totale esonero dai contributi previdenziali a carico dell'imprenditore. In Stabilità sono previste minori entrate per 1,9 miliardi l'anno venturo che salgono a 5 miliardi nel 2017. È un taglio significativo al cuneo fiscale che, con la deducibilità integrale del costo del lavoro a tempo indeterminato dalla base imponibile Irap, ci riavvicina alle medie dei fiscal wedge misurate in sede Eurostat e Ocse.

Basterà tutto questo per far ripartire le assunzioni? Secondo una valutazione dell'Ufficio parlamentare di bilancio oltre al milione di nuovi contratti stimati dal Governo (637mila assunzioni che si sarebbero effettuate a prescindere dalla decontribuzione più 363mila trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato) se ne potrebbero aggiungere altre 220mila: assunzioni che si potrebbero fare da qui alla fine di quest'anno o nei primi due mesi del 2016 e che, invece, verrebbero spostate nel 2015 per beneficiare degli sgravi. Se a quell'«effetto attrazione» si aggiunge la forza del contratto a tutele crescenti il risultato dovrebbe a questo punto essere quantitativamente e qualitativamente significativo.

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