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Questo articolo è stato pubblicato il 07 dicembre 2014 alle ore 08:11.
L'ultima modifica è del 09 dicembre 2014 alle ore 07:24.

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Non si è fatto sentire il temuto effetto negativo della bocciatura ad opera di S&P ai danni dell’Italia di venerdì scorso. L’indice Ftse Mib ha infatti chiuso in calo dello 0,68%, muovendosi però in linea con gli altri mercati del Vecchio Continente e con Wall Street, che ha chiuso in rosso (il Dow Jones scende dello 0,59%, il Nasdaq dello 0,84% e lo S&P 500 dello 0,72%). Impatto limitato anche sui rendimenti del BTp decennale, che in apertura sono saliti oltre il 2%, per terminare però a 1,94%, nuovo minimo storico per il titolo di riferimento del debito italiano, con lo spread BTp-Bund sceso a 122 punti base. Più del giudizio dell’agenzia di rating hanno contato le aspettative degli investitori per nuove mosse espansive della Bce (quantitative easing), che hanno anche affossato l’euro a nuovi minimi da due anni e mezzo sotto 1,23 dollari (cambio euro/dollaro e convertitore di valuta).

L’aspetto tecnico...
Dal punto di vista strettamente tecnico, l’azione dell’agenzia statunitense non sembrava di per sé particolarmente rilevante. I rating sono infatti utilizzati in primo luogo dalla Banca centrale europea (Bce) per misurare il grado di affidabilità dei titoli portati dalle banche a garanzia dei prestiti dell'istituto centrale, il cosiddetto collaterale: più elevato è il merito di credito e minore è l’importo trattenuto (haircut) dal valore nominale dell’obbligazione, maggiori quindi i fondi ottenibili nelle aste di rifinanziamento a breve o lungo termine (Ltro).

La Bce distingue però i titoli con rating superiore (da «A-» in su) da quelli inferiori (da «Bbb+» a «Bbb-», appena la soglia di «junk» o «spazzatura») e soprattutto tiene in considerazione il giudizio migliore fra 4 agenzie: oltre a S&P, Moody’s e Fitch c’è anche la canadese Dbrs. Ed è proprio quest’ultima a tenere virtualmente «a galla» l’Italia con il suo «A-low» che per il momento permette, tanto per fare un esempio, alle banche di subire una trattenuta del 3% anziché dell’11,5% su un BTp decennale presentato come collaterale. Il taglio di S&P, che ora è la più severa nei nostri confronti, non muta quindi lo scenario.

...e quello pratico
C’era però una certa apprensione fra gli operatori in questo giorno di festa (ma non sui mercati), perché un declassamento in un momento in cui altri Paesi si muovono in direzione opposta (è il caso dell’Irlanda, che venerdì è invece stata promossa da S&P) rappresenta pur sempre un segnale di sfiducia nei confronti dell'Italia. L’agenzia ha anzi sottolineato gli effetti negativi sul debito della modesta crescita che si aspetta nel 2015 (appena +0,2%) e messo in guardia sul rischio che le riforme del Governo Renzi possano essere snaturate in fase di attuazione. Non si tratta certo novità, ma sono comunque elementi in grado potenzialmente di frenare la rincorsa dei titoli di Stato degli ultimi mesi.

L’ancora di Draghi e le aperture dall’Austria
A favore invece di una sostanziale tenuta sui mercati del debito italiano hanno invece giocato le aspettative per nuove mosse espansive (l’acquisto diretto di titoli di Stato, il «quantitative easing») da parte dell’Eurotower, che del resto sono all’origine del recente abbassamento di tassi e spread. Attese che oggi si sono fatte maggiori quando Ewald Nowotny, governatore della Banca d’Austria e tradizionale «falco», ha ammesso che la congiuntura dell’Eurozona sta registrando un «massiccio rallentamento» e che l’inflazione scende verso «livelli molto delicati» a causa del continuo calo dei prezzi dell’energia: parole che rinforzano l’idea del «qe» e che hanno quindi indebolito l’euro, sostenendo invece i titoli di Stato della «periferia» europea.

Occhi puntati sulla seconda asta Tltro di giovedì
Qui l’appuntamento principale in grado di orientare i mercati è previsto giovedì prossimo, quando la Bce offrirà alle banche la seconda tranche di fondi a lungo termine (Tltro): sul piatto ci sarebbero in teoria 315 miliardi di euro, ma stando alle stime degli analisti difficilmente gli istituti di credito europei ritireranno più di 150 miliardi. Diventerebbe quindi ancora più difficile per l'Eurotower aumentare la base monetaria e riportare il bilancio Bce attorno a 3mila dagli attuali 2.054 miliardi di euro senza ulteriori interventi espansivi. E se le aspettative per un «qe» dovessero farsi ancora più marcate, il taglio di S&P sarebbe definitivamente relegato in secondo piano.

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