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Questo articolo è stato pubblicato il 24 dicembre 2014 alle ore 09:27.
L'ultima modifica è del 24 dicembre 2014 alle ore 13:15.

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L'indennizzo monetario, crescente con l'anzianità di servizio del lavoratore, sarà la regola in tutti i casi di licenziamento per motivo economico e organizzativo (non dovrebbe più rientrare la nozione di scarso rendimento). L'indennizzo-base potrebbe partire da 1,5-2 mensilità per anno di servizio, e arrivare a un massimo di 24 mensilità (con un minimo di 4 mensilità, da far scattare subito dopo il periodo di prova, per evitare licenziamenti nella prima fase del rapporto).

È confermata la conciliazione standard: qui le tutele crescenti partirebbero da una mensilità per anno di servizio fino a un massimo di 16, e un minimo di 2 (tutte somme che dovrebbero essere esentasse per incentivare le soluzioni transattive). Non ci sarebbero più importi maggiorati per le grandi aziende (sopra i 200 dipendenti). Per loro varrebbero minimi e massimi generali ma la crescita dell'indennizzo (in base all'anzianità di servizio) sarebbe più veloce. Il meccanismo è però ancora tutto da scrivere.

I tecnici di Palazzo Chigi e ministero del Lavoro hanno lavorato fino a ieri sera tardi per mettere a punto il Dlgs con le nuove regole sul contratto a tutele crescenti per i neo-assunti, che oggi sarà esaminato dal Consiglio dei ministri. Il Governo sta premendo per aver pronto, oggi, anche il Dlgs sull'Aspi, ma qui non sono stati sciolti i nodi sulle coperture, anche dopo i ripetuti incontri ieri con la Ragioneria generale dello Stato. Non è quindi escluso che il Consiglio dei ministri si limiti solo a un primo esame del Dlgs sulla nuova Aspi.

Sul fronte dei licenziamenti disciplinari la tutela reale dovrebbe rimanere nelle sole ipotesi di «insussistenza del fatto materiale». Ma potrebbe esserci anche un riferimento all'opting out (cioè alla possibilità di convertire la sanzione del reintegro con un maxi-indennizzo). La formulazione tecnica dell'opting out è ancora però tutta da scrivere. E ciò ha provocato la dura reazione del capogruppo al Senato di Area popolare, Maurizio Sacconi: «Domani è il d-day della politica italiana. O via articolo 18 o via il governo per crollo credibilità». Ma per Cesare Damiano (Pd) «l'introduzione dell'opting out non era nell'accordo con il Governo. E c'è eccesso di delega».

Nella bozza del Dlgs sulle tutele crescenti, composta da una decina di articoli, non dovrebbe esserci l'estensione delle nuove regole sui licenziamenti economici anche ai licenziamenti collettivi; mentre sul fronte delle piccole imprese si sta studiando una formulazione per evitare penalizzazioni rispetto alla situazione attuale (oggi, le imprese sotto i 16 dipendenti, in caso di licenziamento economico illegittimo pagano un ristoro economico da 2,5 a 6 mensilità).

Per quanto riguarda il Dlgs sull'Aspi il nodo principale sono le coperture. Nelle intenzioni del governo, il nuovo ammortizzatore universale per chi perde il lavoro dovrebbe entrare in funzione verso giugno prossimo e sarebbe accessibili con sole 13 settimane di contributi.
Il sussidio dovrebbe crescere con la durata del contratto (a tutele crescenti) fino a 24 mesi, ovvero 6 in più rispetto ai 18 previsti a regime dall'Aspi Fornero. Non trapelano indicazioni sull'ammontare che non dovrebbe però superare il tetto dei 1.090 euro mensili. L'estensione della platea dovrebbe comprendere la transizione fino a esaurimento dei co.co.pro. e i contratti in somministrazione, oltre a tutti i nuovi contratti a tutele crescenti, naturalmente, a prescindere dal settore di appartenenza.

Resta l'idea di base di legare la durata del sussidio alla contribuzione pregressa (con scalettatura ancora da definire) e resta l'assegno di disoccupazione che scatta dopo l'esaurimento della nuova Aspi ma non è chiaro se sarà già contenuto in questo Dlgs. Vi si accederebbe con un Isee basso, un ammortizzatore di ultima istanza che sarà legato a una condizionalità: la partecipazione del beneficiario a programmi di reinserimento lavorativo. Con la nuova Aspi, che armonizza l'attuale Aspi e la mini-Aspi, non dovrebbe cambiare lo schema della contribuzione dovuta da datori e dipendenti (con un carico per due terzi sui primi e un terzo sui secondi): l'1,30% dovuto per la disoccupazione e l'1,4% per l'Aspi sui contratti a termine.

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