L'elezione del nuovo presidente della Repubblica

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La mutazione genetica del Colle, garante dell’Italia in Europa

Arbitro, garante, interventista: nel giorno dell’addio di Napolitano i richiami al ruolo del presidente si moltiplicano, spesso inquinati da auspici personali e da giudizi di parte. Si dimentica così che la Costituzione attribuisce al presidente poteri ampi, certo non quelli solo di un arbitro, ma soprattutto “elastici”. La storia stessa dell'istituzione “presidenza della Repubblica” è lì per raccontarlo: come un blob semi-liquido, la Presidenza si è via via adattata allo stato di salute del sistema politico-parlamentare, ha configurato il suo ruolo sulla base dei vuoti e dei pieni che trovava, delle fasi di crisi o di forza che il sistema dei partiti era in grado di esprimere.
Un ruolo osmotico, sempre in strettissima connessione con lo stato di salute della politica, dell’economia e della società.
Sono proprio questi cicli, questi vuoti e pieni, a determinare le caratteristiche di una presidenza. Con buona pace di chi vuole ingabbiare i poteri presidenziali in schemi rigidi o attribuire le caratteristiche di una presidenza esclusivamente al carattere personale del presidente di turno o alla sua attitudine più o meno interventista.

Presidenza “istituzione flessibile” vuol dire anche presidenza in grado di adattare il suo ruolo alle tendenze di lungo periodo della storia. In questo senso il doppio mandato di Napolitano ha lasciato il suo segno più importante nell'aver trasformato il Quirinale nella prima vera - e pesante - istituzione europea del nostro quadro nazionale. Più del governo, che per sua natura è chiamato a confrontarsi sulla base dell'interesse nazionale nel nome di uno Stato tra i 28 Stati che compongono l'Unione. Più del Parlamento, che si trova di fatto ai margini delle politiche europee e che è fatto di partiti e gruppi più attenti alle ragioni del consenso immediato che a quelle della storia.
Giorgio Napolitano ha incarnato meglio di quanto potesse fare chiunque altro questo ruolo di garante dell'Italia in Europa. Nel passaggio più drammatico, quello che nell'autunno del 2011 ha rischiato di travolgere l'Italia e lo stesso eurosistema, è stato lui il riferimento prezioso per la gestione di una crisi che nasceva all'interno di un sistema politico in drammatica caduta di credibilità.

A posteriori, è stata davvero una scelta preveggente quella che nel 2006 portò Napolitano alla presidenza della Repubblica. La sua autorevolezza e la sua storia personale, tutta immersa in Europa e nel mondo, gli hanno permesso di giocare con naturalezza il ruolo cui l'avrebbe chiamato da lì a poco la crisi dell'euro. Nella fragilità del sistema politico e sociale, è stato Napolitano il riferimento continentale dell'Italia in questi nove anni. Ed è con lui che si è compiuta la mutazione genetica di una istituzione che da nazionale è diventata sempre più europea.

In questa trasformazione è in fondo l'eredità principale che lascia Napolitano. E toccherà alle forze politiche che da domani saranno chiamate a decidere il nome del successore, al premier Renzi in prima persona ma anche ad ogni singolo Parlamentare, essere all'altezza di questa sfida. L'Europa e l'Italia sono tutt'altro che fuori dalla crisi. Anzi, hanno davanti sfide epocali da cui dipenderà la loro stessa sopravvivenza. A cominciare, subito, dai possibili contraccolpi che potranno derivare da un'eventuale crisi politica della Grecia, davanti alla quale è l'Italia il Paese più esposto. Cosa sarà del nostro Paese se arriveremo a quel passaggio con un Presidente debole espressione delle convulsioni di un Parlamento diviso e non all'altezza? Basterà lo scudo di un premier giovane e determinato? La prova è di quelle che fanno tremare i polsi, ma per il Parlamento italiano è il momento di dimostrare che è ancora in grado di dare al Paese quello che al Paese serve: un Presidente europeo in grado di guidare un'istituzione europea. Adesso o mai più .

.@FabrizioForquet

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