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Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2015 alle ore 08:09.

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STRASBURGO - Con il doppio obiettivo di illustrare il piano di investimenti da 315 miliardi di euro messo a punto da Bruxelles e di mobilitare l'interesse di investitori pubblici e privati, sarà oggi a Roma il vice presidente della Commissione europea Jirki Katainen. La visita di due giorni servirà all'ex premier finlandese per incontrare esponenti del governo, dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali. Sul pacchetto Juncker, come viene solitamente chiamato, permangono sempre dubbi.

Katainen, 43 anni, ha iniziato un roadshow che entro settembre lo porterà nei 28 paesi dell'Unione. Per ora ha visitato la Romania. Oggi tocca all'Italia. Seguirà la Germania. «Entro giugno voglio visitare 24 su 28 paesi». L'uomo politico intende poi illustrare il nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici anche in Asia e nelle Americhe. «Siamo stati già contattati da alcuni Paesi e investitori istituzionali extra-europei, interessati ad avere maggiori dettagli. Per ora nulla di concreto ancora», spiega in un colloquio.

Agli occhi della Commissione europea, l'Italia è tra i Paesi che più hanno bisogno di un rilancio degli investimenti pubblici e privati per sostenere la ripresa economica, scalfire il pericolo della deflazione, aiutare la riduzione del debito. Tra gli altri, Katainen incontrerà il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Al Fondo sarà associato un organismo di consulenza – lo European Investment Advisory Hub – che aiuterà i Paesi a mettere a punto i progetti più efficaci.

«Ai miei interlocutori italiani voglio spiegare che il nuovo Fondo si impegnerà in prestiti più rischiosi di quelli offerti finora dalla Banca europea degli investimenti, in particolare a favore delle piccole imprese - prosegue Katainen -. Al tempo stesso, sottolineerò che il piano funzionerà se accompagnato da un rafforzamento del mercato unico. Voglio incoraggiare l'Italia a giocare un ruolo nella nascita di una unione dei mercati dei capitali e di una unione dell'energia». Il capitale iniziale del nuovo Fondo, noto con l'acronimo inglese Efsi, sarà di 21 miliardi di euro, con l'obiettivo attraverso una leva finanziaria di favorire investimenti per 315 miliardi di euro. L'Italia vi ha per caso già spiegato se verserà una sua quota nel capitale? «Ci sono state discussioni con l'Italia su questo aspetto, ma non so ancora cosa verrà deciso». La Commissione vuole che i primi investimenti vengano finanziati a metà anno. La scommessa è tutt'altro che vinta.

L'obiettivo del Fondo è di attirare capitale privato. Molti investitori però sono cauti all'idea di partecipare all'iniziativa. «Sto spiegando loro che l'Efsi si sobbarcherà i rischi insieme al settore privato (assumendosi la prima perdita, ndr). C'è una differenza nel profilo di rischio tra i prestiti della Bei e i prestiti dell'Efsi. È l'aspetto su cui sto insistendo per attirare gli investitori privati, che hanno dimostrato comunque grande interesse all'idea di una lista di progetti alimentata di continuo».

A questo riguardo, la Commissione ha spiegato che per dotare il bilancio comunitario di un cuscinetto di liquidità intende creare un fondo di garanzia che attraverso contributi regolari provenienti dallo stesso bilancio dovrebbe raggiungere gli otto miliardi di euro entro il 2020. L'obiettivo della Commissione è sempre di assicurare al Fondo un effetto leva di 15. Troppo? Molti lo temono. L'esecutivo comunitario nota però che il recente aumento di capitale della Bei ha generato un effetto leva di 18. Katainen non dovrà solo convincere gli investitori. Entro giugno deve anche ottenere sul pacchetto il benestare di Parlamento e Consiglio. «Il Parlamento capisce che tempo è denaro e che dobbiamo trovare una intesa il più presto possibile». Alcuni deputati si sono detti preoccupati dal fatto che una parte del capitale iniziale verrà dal bilancio europeo, e da Orizzonte 2020, fondi per l'innovazione. Katainen ha assicurato loro che gli investimenti generati dal Fondo compenseranno i soldi tratti dal bilancio.

Con i Paesi, invece, il nodo riguarda il governo del Fondo. Bruxelles vuole che la selezione dei progetti da finanziare sia nelle mani di esperti indipendenti, mentre i Paesi vogliono influenzare le scelte, e per certi versi condizionano i loro versamenti nel capitale iniziale ad assicurazioni su questo fronte. «Gli investitori – avverte Katainen – non vogliono che le decisioni siano dettate da motivi politici. È una condizione perché loro investano denaro nei vari progetti». La trattativa rischia di essere in salita.

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