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Calcioscommesse e geometrie variabili, i mali del calcio sono quelli del Paese

La chiusura dell’indagine di Cremona sul calcioscommesse e il pitagorico dibattito su come vengono tracciate le linee che delimitano il fuorigioco sugli schermi televisivi hanno riportato alla luce, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutto il peggio del nostro calcio.

Tra chi si lamenta oggi della presenza di Antonio Conte tra i soggetti accusati di frode sportiva (sbaglio o era cosa arcinota al momento in cui è diventato Ct della Nazionale?) e chi stravolge qualche millennio di storia della geometria per individuare un fuorigioco millimetrico siamo alle solite.

Non solo per il calcio, ma purtroppo per l’intero Paese. Dove è diventata la regola indignarsi in ritardo, salvo poi esaurire l’indignazione per passare a occuparsi d’altro, oppure discutere e insultarsi a sangue parlando della punta dell’indice che indica la Luna, trascurando ovviamente di parlare della Luna stessa: che sarebbe poi il vero problema, per cui è meglio, molto meglio, far finta di niente.

Il garantismo (nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva) è la base del mio modo di vivere e, cosa non trascurabile, è da oltre un secolo nel Dna del giornale per cui scrivo. Antonio Conte, fino a sentenza, non è colpevole di quanto gli viene addebitato dalla Procura di Cremona nell’ambito dell’inchiesta sulle scommesse illegali. Punto.

Esistono poi ragioni di opportunità (e anche questo l’ho sempre ritenuto un cardine importante del mio modo di vivere, oltre che un punto fermo del giornale per cui lavoro) che dovrebbero indirizzare le scelte di chi viene sottoposto a indagini: tanto per essere chiari, quel famoso passo indietro che è di regola in altre culture, in particolare quella anglosassone, ma assai poco praticato alle nostre latitudini.

Difficile chiederlo a Conte, e ripeto la vicenda del suo coinvolgimento era nota al momento della nomina a Ct, e soprattutto ancor più difficile che a chiederlo possa essere una Federazione il cui Presidente è stato assolto in casa per l’avere pronunciato frasi razziste (l’ormai famosissimo Opti Pobà...) ma sanzionato in Europa per lo stesso fatto.

Se abbiamo accettato Conte, se lo abbiamo applaudito sulla panchina azzurra, se abbiamo fatto il tifo per lui durante le gare della Nazionale sperando che fosse in grado di curare la “Grande Malata” reduce dal disastro brasiliano beh!, un po’ di coerenza non sarebbe male. Che arrivasse la chiusura dell’inchiesta di Cremona lo sapevano anche i sassi, perchè adesso ci si dovrebbe stupire? Cosa è cambiato da tre giorni fa? L’unica novità vera è che, proprio dalla Procura di Cremona, il coinvolgimento di Conte è stato derubricato a frode sportiva da quello ben più grave di associazione per delinquere.

Non mi sottraggo a dire come la penso: sapendo tutto non avrei chiesto a Conte di fare il Ct, ma una volta scelta questa strada trovo ridicolo che si ritorni ciclicamente sull’argomento, mossi da una memoria a singhiozzo stimolata di volta in volta da qualche presunta novità. A questo punto aspettiamo la sentenza, anche se probabilmente arriverà prima quella del campo con l’Europeo del 2016 in Francia.

Che il calcio rifletta i mali del Paese lo dimostra anche il fatto che da due giorni non si parli altro che della riga tracciata in tv per stabilire se, al momento del passaggio in occasione del primo gol della Juventus contro il Milan, Tevez era o non era in fuorigioco.

Ovvero non si parla più di calcio, quello vero, ma ci si concentra su un particolare via via sempre più piccolo per evitare accuratamente di parlare del problema nella sua interezza. Un’abitudine che da qualche anno sta purtroppo impoverendo il dibattito su qualsiasi tematica venga affrontata nella cara e vecchia Italia. In questo modo dagli argomenti a sostegno della verità si passa candidamente alla verosimiglianza (anche se dici una bugia ripetila all’inifinito, qualcosa resterà...) per scivolare rapidamente nella denigrazione e nella invettiva personale.

Anche qui non mi sottraggo a dire la mia, senza lasciarmi condizionare dagli insulti che molti tifosi mi rivolgono periodicamente sui blog: per me Tevez non era in fuorigioco. Ma non conta nulla, perchè guardando le partite per piacere e per interesse tecnico ho imparato ad accettare che gli arbitri, come i calciatori, possono sbagliare. Anche in modo clamoroso.

E mi chiedo quale arbitro corrotto (perché questo è nel malcelato retropensiero di chi urla allo scandalo) ma al tempo stesso sano di mente deciderebbe di indirizzare una partita su un’azione come quella di Tevez, ovvero quarantacinque metri di campo da bere d’un fiato, con un difensore alle spalle che nell’ordine potrebbe: 1) raggiungere l’attaccante e fermarlo in modo regolare; 2) prenderlo per la maglia e rallentarlo fino al fischio dell’arbitro; 3) falciarlo come si faceva una volta.

La verità è che da tempo i tifosi sono stati appositamente programmati per non parlare più del gioco del calcio, ma di alcuni suoi esecrabili e inutili aspetti. Meglio se impugnando il (presunto) regolamento, che pure non dovrebbe essere difficile da leggere e capire visto che è lo stesso da cent’anni, tranne qualche piccola variazione.

Il calcio parlato di oggi segue regole strane, ma codificate in modo preciso. 1) L’avversario è il nemico. 2) Se un giocatore della mia squadra sbaglia è sfortunato o al massimo è scarso. 3) Se l’arbitro sbaglia a favore del nemico è un ladro. 4) Se sbaglia a favore della mia squadra è stato un errore, e tutti possono sbagliare. 5) Comunque di solito è ladro e ce l’ha con la mia squadra. 6) Se discuto di calcio è mio dovere non affrontare l’argomento in oggetto, ma sfottere l’interlocutore per fatti di cinque, dieci o vent’anni prima. 7) Se questi fatti non hanno nulla che fare con l’argomento di cui si sta parlando è molto meglio. 8) Se riesco a insultarlo è meglio ancora. 9) La conoscenza dell’argomento di cui sto parlando non è importante, potrei scoprire che il nemico ha ragione. 10) Se invece di parlare urlo e insulto ho centrato l’obiettivo e sicuramente ho ragione.

Non sono vecchio, avendo da poco passato i 50, ma lo sono abbastanza per ricordare quando si parlava dei guizzi di Mazzola e delle magie di Rivera, delle parate di Zoff e dei gol di Riva. Quando gli avversari erano solo avversari, e capitava spesso di applaudirli a scena aperta riconoscendone la grandezza, quando anche nei capannelli improvvisati sulle piazze italiane la conoscenza delle regole di base del gioco erano un requisito indipensabile per poter prendere parte alla discussione. Alla prima cretinata che ti usciva di bocca, tutti ti guardavano come un marziano: ma come, parli di calcio e non lo conosci?

Se per caso vi sembra che il discorso possa essere tranquillamente applicato ad altri campi della nostra vita quotidiana confesso che è del tutto e profondamente voluto.

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