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Sacchi razzista? Non diciamo (e scriviamo) stupidaggini

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Sacchi razzista? Non diciamo (e scriviamo) stupidaggini

«Datemi un’Enciclica e un paio di forbici e vi dimostro che il Papa è ateo e bestemmia». Questa frase, di un vecchio maestro di giornalismo, mi è tornata in mente negli ultimi giorni dopo aver visto il massacro mediatico a cui è stato sottoposto Arrigo Sacchi, reo di aver pronunciato frasi razziste.

Sacchi non è il Papa, ma non è nemmeno razzista: purtroppo l’accusa diventa verosimile se, da una lunga intervista di oltre cinque minuti, si prende una frase di pochi secondi, la si toglie dal contesto generale e la si spara nel titolo come se fosse non una frase, una delle tante, ma «La Frase».

Quel «troppi giocatori di colore nel Torneo di Viareggio, anche nelle squadre Primavera» diventa un marchio indelebile e fa il giro del mondo. Perchè letta così, in effetti, è una frase imperdonabile.

Nella mia professione bisogna avere il coraggio di scrivere quello che abbiamo sentito, sempre: ma al tempo stesso bisogna avere l’umiltà di riportare le parole altrui in modo corretto, senza colpi di forbice e mancanza di contesto che finiscano per cambiare radicalmente il pensiero dell’intervistato. E soprattutto senza cedere alla facile tentazione di trasformare il poco nel tutto, perché quel poco ci fa comodo per ottenere attenzione.

La lunga intervista rilasciata da Arrigo Sacchi (chi avesse voglia di sentire l’audio integrale lo trova facilmente sul sito Internet de «Il Tirreno, edizione Montecatini Terme», complimenti sinceri ai colleghi che hanno fornito un’informazione completa) ha spaziato su molti temi relativi al calcio italiano e quella frase, ascoltata nell’ambito dell’intero discorso, è tutto tranne che razzista.

Inopportuna, probabilmente, soprattutto perchè era fin troppo facile prevedere che sarebbe stata cavalcata con malizia. Ma la malizia, lo sappiamo benissimo, si nasconde negli occhi di chi guarda o, come in questo caso, nelle orecchie di chi ascolta.

Arrigo Sacchi, che razzista non è, non ha condito il ragionamento con ironie su banane e pedigree, come fatto a suo tempo dall’attuale presidente della Figc, Carlo Tavecchio: la sua è stata una considerazione sui troppi stranieri presenti che impediscono la crescita dei nostri giovani. E questi troppi stranieri li ha riassunti, sui campi del Viareggio, con quel «di colore» perchè immediatamente risconoscibili sul campo, a differenza degli svizzeri o dei tedeschi che non balzano agli occhi allo stesso modo. Avesse detto troppi spagnoli, o inglesi, o francesi, non sarebbe successo nulla. Ma soprattutto non sarebbe stato interessante e non avrebbe fornito un buon titolo da mettere in prima pagina. Il risultato è che Arrigo Sacchi passa adesso per essere razzista e che il bollino che gli è stato con troppa disinvoltura appiccicato sarà molto difficile da togliere, quasi impossibile.

Qualche anno fa, era in quinta elementare, sono andato a prendere a scuola mio figlio Lorenzo. Arrivato in clamoroso ritardo l’ho trovato che giocava a calcio nel parchetto di fianco alla scuola. Quando sono riuscito a recuperarlo gli ho chiesto se il pallone con cui stavano giocando fosse il suo. «No, è di Jimmy». «E chi è Jimmy?». «Quello con la maglia gialla». L’unico con la maglia gialla era anche, in un mare di bambini bianchi, l’unico con la pelle nera. In quel momento mi sono sentito orgoglioso di me stesso come genitore e di mio figlio: ho realizzato che Lorenzo faceva sì differenza in base al colore, ma quello della maglia e non della pelle.

Mi è capitato, qualche volta, di sentire mio figlio dire «quello di colore» perchè effettivamente era il sistema migliore per individuare una persona. Non ho mai pensato che fosse diventato razzista, perchè il contesto della frase non si prestava a fraintendimenti. E il contesto cambia tutto.

Invito i lettori ad ascoltare l’intervista integrale ad Arrigo Sacchi e a giudicare in prima persona: è molto lunga (vi assicuro che cinque minuti di parlato sono un’eternità) ma tutto si può dire tranne che Sacchi abbia pronunciato una frase razzista. Pochi secondi sono diventati il tutto.

Lo stesso maestro di giornalismo che ho citato a inizio articolo, un certo Indro Montanelli, ricordava che la nostra professione si basa su un concetto molto semplice: leggere e ascoltare. Ma soprattutto capire, come dicevano una volta gli insegnanti delle elementari. Poi aggiungeva: leggere e ascoltare tutto, fino in fondo. Perchè solo così puoi raccontare davvero quello che è successo, e non quello che credi sia successo.

P.S. Sono stato a lungo combattuto prima di scrivere questo articolo. Ho avuto paura che qualcuno potesse applicare in modo disinvolto il sillogismo aristotelico, come nella famosa frase «La forchetta ha due denti, mia nonna ha due denti, mia nonna è una forchetta». Ho avuto paura che qualcuno potesse dire che Sacchi è razzista, che io lo difendo e che quindi sono razzista. Un altro bollino appiccicato con troppa disinvoltura. Poi mi sono ricordato del perchè, quasi trent’anni fa, ho deciso di fare il giornalista. Il silenzio come conseguenza della paura non era tra le motivazioni.

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