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Sul modello tassa e spendi il cambiaverso ancora non c’è

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il cappio fiscale

Sul modello tassa e spendi il cambiaverso ancora non c’è

Mettiamola così: per dirla con Matteo Renzi servirebbe un “cambiaverso” radicale. La spesa pubblica corre, le tasse rincorrono, il pareggio-equilibrio di bilancio (solennemente inserito per legge in Costituzione, ma senza tetti all’aumento delle spese e delle entrate) è una formula “tira e molla”. L’Istat certifica: in Italia, alla fine del 2014, si continuavano a pagare troppe tasse a fronte di troppe spese. Un modello di non-crescita che ci inchioda (al momento) ad uno sviluppo “zerovirgola” e che, in assenza di forti correzioni, potrebbe ri-portare l’Italia più giù.

I grandi numeri si auto-commentano. Totale uscite complessive: 826,2 miliardi nel 2014, 819,9 nel 2013. Totale entrate complessive: 777,2 miliardi nel 2014, 772,4 nel 2013. Ma attenzione: il totale delle uscite correnti al netto degli interessi (che sono diminuiti) sale dai 684,0 miliardi del 2013 (46,1% in rapporto al Pil) ai 692,3 del 2014 (46,5% del Pil). Qui è ricompresa anche la manovra – 10 miliardi l’anno, circa 6 pro quota per il 2014– per i famosi 80 euro mensili accordati ai lavoratori dipendenti con imponibile entro i 26mila euro lordi, che l’Istat calcola appunto tra le voci di spesa. Il Governo la considera invece una riduzione del peso tributario, e ne scaturisce una diversa valutazione della pressione fiscale: per l’Istat questa è salita al 43,5% nel 2014, per il Ministero dell’Economia è in discesa al 43,1% del Pil (dal 43,4% del 2013).

Nei negoziati con l’Europa conta la classificazione modello Istat, che tra l’altro indica per il 2014 un deficit in rapporto al Pil pari alla soglia-limite del 3%. E ad ogni modo la disputa sull’appostazione degli 80 euro – siano voce di spesa o taglio fiscale l’impatto sulla domanda è stato assente – non cambia il profilo di sistema affermatosi negli anni. Quello che vede costantemente crescere la spesa pubblica, in particolare quella primaria al netto degli interessi tra le cui voci figurano ad esempio i “consumi intermedi” (cioè le spese per il funzionamento della macchina dello Stato): oltre 90 miliardi nel 2014.

Mentre scendono sempre, nel capitolo delle uscite in conto capitale (appena 58,7 miliardi su 826,2 miliardi
di spese complessive), gli investimenti fissi: dai 45,2 miliardi del 2011 ai 35,9 del 2014.

Che la pressione fiscale ufficiale sia al 43,1% del Pil o al 43,5% (quella effettiva, tenuto conto dell’economia sommersa, sale comunque ben oltre il 50% per chi le tasse le paga) non cambia granché. I contribuenti italiani pagano troppe imposte. E ci si può meravigliare se guardano ora sospettosi al viaggio della riforma del catasto immobiliare, dopo aver subito una Tasi che nel 2014 è costata 25,2 miliardi, il 15% in più dell’Imu 2013 ed il 157% in più della vecchia Ici? Oppure, può mai sorprendere che il 2014 risulti l’anno nero per i profitti delle imprese quando secondo la Banca Mondiale (dati 2013) la pressione fiscale e contributiva si attesta per le medie imprese intorno a quota 65,8%?

Vero, il governo ha messo al suo attivo con la Legge di stabilità 2015 un taglio sostanzioso dell’Irap (che sembra impattare sull’economia reale molto meglio del bonus da 80 euro), il ministro Pier Carlo Padoan promette un Documento di economia e finanza (il Def, prima tappa verso la Legge di stabilità 2016) “espansivo” e prospetta l’utilizzo di un corposo margine di flessibilità in Europa pari a circa 7 miliardi. Ed è a tutti chiaro – a cominciare dal premier Renzi – che una crescita dello 0,7-0,8% nel 2015 è sì un passo avanti ma non rappresenta quello choc da sviluppo che serve ad un’economia frustrata da anni di sfiducia.

Ma che si insista sulla strada produttiva della riduzione delle tasse sul lavoro e magari si consideri anche un taglio delle imposte sul risparmio (che sono state invece aumentate) tutta la partita, se la si vuole incisiva e stabile nel tempo, si gioca sui grandi numeri della spesa. Nel senso che se non si aggredisce quella con una spending review all’altezza della sfida, non saranno le episodiche limature a determinare il “cambiaverso”.

È un’operazione di sistema che serve per scardinare il sistema “tassa e spendi” sul quale si è attorcigliato e sviluppato il modello italiano. E lo stesso sminamento delle “clausole di salvaguardia” per oltre 16 miliardi di possibili aumenti di Iva ed altre accise per il 2016 non dovrebbe essere il solo orizzonte cui far riferimento. Certo, questa operazione potrebbe segnare un successo o un insuccesso del Governo. Ma è poca cosa, in un senso o nell’altro, di fronte all’opportunità che si è aperta con il Quantitative easing della Bce che ha contribuito a ridurre i costi del finanziamento del debito pubblico ed abbassare il cambio dell’euro prima ancora di entrare in funzione.

La finestra non resterà aperta a tempo indeterminato. Con alle spalle un vento del genere, sarebbe un errore capitale non cogliere l’occasione di mettere mano ad un modello che fa acqua, e debiti, da ogni parte.